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Liberazione/ «Non mi sono mai pentito Oggi la lotta dei partigiani interessa più alle ragazze»

Dante Corti alias “Notte” entrò nella Resistenza a 17 anni, ora ne ha 94 Con la Brigata Stop combatté tra Prignano e Farneta e liberò Sassuolo 

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Daniele Montanari


Con i suoi 94 anni splendidamente portati, il sassolese Dante Corti alias “Notte” è una delle memorie storiche più preziose della Resistenza modenese. Partigiano a 17 anni, ha vissuto la lotta in montagna e Sassuolo liberata.

Come decise di diventare partigiano?

«Abitavo a San Michele, ed era zona partigiana. Facevo il garzone da casaro a Montegibbio, ero alto e forte e sospettarono presto che fossi nel gruppo. Un giorno un comandante tedesco mi puntò la pistola addosso dicendo: “Tu partigiano, tu partigiano!”. Vennero fuori due donne a dire che no, io vivevo lì con loro. Ma lui non se ne andò molto convinto. Allora capii che dovevo fare la mia scelta definitiva: era l’ottobre ’44».

Cosa disse a casa?

«Avevo una sorella più grande e un fratello più piccolo, ai miei genitori ho detto: “Se dovessi venire meno, avete altri due figli. Io devo andare”».

In che gruppo entrò?

«Nella Brigata Stop, che si muoveva tra Torre Maina, Prignano e Farneta. Una volta sono stato due giorni e due notti senza mangiare e dormire. Solo camminare: già da Farneta fino a Torre e poi a Prignano. Appena tornato su mi dissero: “Preparati perché domani andiamo a liberare Sassuolo”».

Come andò?

«Furono combattimenti aspri: la sera del 21 aprile in uno scontro alla periferia di Sassuolo rimase ferito il nostro comandante Otello Pifferi (morto quattro anni fa, ndr). Giunsero rinforzi dalla Brigata Uragano e dalla Brigata Balin e il 22 sera entrammo a Sassuolo. Trovammo 22 fascisti della X Mas, i più cattivi, rinchiusi nella palestra dello stadio: si arresero e li portammo a palazzo Ducale. Noi prendevamo i fascisti ma non ne abbiamo mai ucciso uno. Se loro avessero preso noi, nessuno sarebbe rimasto vivo».

E a Prignano?

«C’erano spie e ladri che andavano di notte a casa della gente a rubare dicendo che erano partigiani. Noi dovevamo fermarli, e ne abbiamo presi. I partigiani non rubavano, tra noi c’era una legge severa: se uno veniva scoperto a farlo, veniva fucilato all’istante».

Si è mai pentito della scelta di fronte ai pericoli?

«No, sono sempre stato contento della decisione: non ho mai fatto del male a nessuno, solo aiutato della gente. Durante l’entrata a Sassuolo mi è caduto un morto davanti, ma non ho mai avuto paura: sapevo che la sorte poteva essere buona o cattiva, ma che non dovevo avere paura perché la paura è quella che ti tradisce».

Si può ancora a trasmettere la Resistenza ai giovani?

«Ho girato per quattro anni nelle scuole di Sassuolo, Formigine, Fiorano e Maranello: nei ragazzi ho visto poco interesse per la mia testimonianza, nelle ragazze invece ancora tanto. Forse è il caso di puntare su di loro». —

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