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Modena. La testimonianza / Davide, operatore sanitario, e il vaccino: «Non volevo essere il primo»

Gelmuzzi si è sottoposto all’iniezione dopo 5 mesi: «Se non l’avessi fatto avrei perso il mio lavoro Non mi sentivo tranquillo»

MODENA Abbiamo ricevuto la lettera di Davide Gelmuzzi, operatore socio-sanitario, che ha raccontato alla Gazzetta la sua vaccinazione. Faceva parte di quella minima quota di medici, infermieri e oss che hanno deciso di non sottoporsi alla vaccinazione. Un’idea che Gelmuzzi ha cambiato qualche giorno fa. (Ricordiamo che tutti i vaccini in commercio sono autorizzati da Aifa ed Ema e sono ritenuti sicuri, ndr).

«Sono andato a fare la prima dose di vaccino – scrive Gelmuzzi – perché dalla vaccinazione dipende la mia idoneità lavorativa. In altre parole: se non mi vaccino non posso lavorare. Io sono un operatore sanitario, avevo quindi la possibilità di vaccinarmi fin da gennaio, ma avevo deciso di aspettare il più possibile perché temevo l’idea di essere il primo della fila nella somministrazione di un farmaco di nuova generazione, fresco di approvazione, prodotto in tempi così rapidi per la prima volta nella storia dei vaccini».


Gelmuzzi adduce anche motivazioni economiche perché la scoperta del vaccino sarebbe stata «una corsa all’oro per tutte le case farmaceutiche». «Inoltre non sono ancora chiari alcuni importanti fattori quali la durata della copertura, la possibilità di essere veicolo di contagio per un vaccinato, il livello di efficacia sulle molteplici varianti, gli eventuali effetti a lungo termine sui soggetti vaccinati».

Per questi motivi Gelmuzzi non voleva essere il primo e ha rifiutato Pfizer a inizio anno: «La maggior parte dei miei colleghi e amici, guardandomi come negazionista e no-vax, ha insistito nel dirmi che, proprio a motivo del mio lavoro in una comunità riabilitativa, accettare la vaccinazione sarebbe stato per me un dovere etico anzitutto per proteggere i miei ospiti. Era un giudizio forte e anch’esso motivato, ma al quale ho sempre obiettato che se i soggetti a rischio sono i pazienti ed essi desiderano vaccinarsi, allora dovrebbero avere loro la precedenza rispetto a me che sono un giovane di neanche 30 anni e in buona salute».

Secondo lui meglio vaccinare prima chi è convinto: «Aspettando avremmo avuto il vantaggio di poterci rendere conto, con il tempo, di quanto noi perplessi ci sbagliavamo, di quanto essi avevano ragione e di come questi vaccini non avessero fatto male a nessuno. Inoltre avremmo avuto sei, otto, dieci mesi in più di dati statistici e studi clinici a disposizione. Era un ragionamento da egoista?».

Gelmuzzi rifiuta nuovamente due mesi dopo quando gli viene proposto AstraZeneca a causa degli eventi avversi segnalati. Nel frattempo è arrivata l’obbligatorietà per il personale sanitario: «Amando molto il mio lavoro, ho dato seguito alle pressioni e ho deciso di fare quello che per me continua a rappresentare ancora un salto nel buio».

Ciononostante «mi devo necessariamente sottoporre alla somministrazione del vaccino. Mi si dice che non è un obbligo in quanto, rinunciando al mio lavoro, posso sempre rifiutare di vaccinarmi. E così, alla fin fine, sono io che “ho scelto” di vaccinarmi».

Dopo l’iniezione racconta: «Ho male al braccio, un po’ di nausea e qualche capogiro. Se non peggioro posso dire mi è andata anche bene».

«Adesso non vedo l’ora di poter dare ragione, a ragion veduta, agli amici medici e ai colleghi. Non vedo l’ora, sempre a ragion veduta, di poter lasciare cadere le mie perplessità, di constatare che erano infondate e di potere festeggiare il fatto di essere stati vaccinati tutti subito. Dentro di me continuo a dirmi che avrei aspettato volentieri ancora un po’ di tempo e, per dirla tutta, questo obbligo al vaccino l’ho vissuto un po’ come una imposizione, un po’ – posso dirlo con un poco di ironia? – come un velato trattamento sanitario obbligatorio. Vedremo come andrà a finire tutta questa storia… Speram bein!» —