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Il libro di Bertani / Modena: alla ricerca della città estense oltre le leggende

È uscito in questi giorni per Edizioni Artestampa “La storia segreta di Modena Capitale” di Danilo Bertani, infaticabile esploratore del passato sociale e naturalistico del nostro territorio. Il suo ultimo libro si ispira all’opera di Luigi Amorth “Modena capitale” che segna un punto fermo nella divulgazione sul passato cittadino al tempo del ducato estense.

MODENA È uscito in questi giorni per Edizioni Artestampa “La storia segreta di Modena Capitale” di Danilo Bertani, infaticabile esploratore del passato sociale e naturalistico del nostro territorio. Il suo ultimo libro si ispira all’opera di Luigi Amorth “Modena capitale” che segna un punto fermo nella divulgazione sul passato cittadino al tempo del ducato estense. In questo caso, però Bertani, va oltre questo spunto cercando di soddisfare alcune sue curiosità che hanno avuto origini nell’infanzia e che ora riesce a maneggiare grazie alla documentazione dell’Archivio di Stato.

L’autore si addentra così in alcuni problemi storici spinosi dando una sua risposta oppure sottolineando che una risposta ancora non c’è. A muovere questa ricerca sugli aspetti più irrisolti o reconditi della storia modenese d’antan è proprio la scelta della capitale estense dopo l’allontanamento da Ferrara dovuto al drammatico problema del ricambio dinastico.

Il 27 ottobre 1597 Alfonso II d’Este duca di Ferrara muore senza eredi. Due giorni dopo Cesare d’Este, signore di Montecchio, si nomina duca contro le disposizioni pontificie. Incontra ugualmente papa Clemente VIII a Faenza, decide di abbandonare Ferrara e prende possesso delle terre di Modena (allora ancora chiamata “Modona” come spiega l’autore nel libro) e di Reggio scegliendo come capitale Modena. Perché Modena, è un mistero che ha arrovellato Bertani fin da giovane e per scoprire il motivo ora esamina le decisioni politiche ducali di fine ‘500.

Ovviamente, non sveleremo il segreto. Né sveleremo il finale della sua complessa ricerca sulle origini della bandiera nazionale italiana, attribuita a Reggio agli albori della Repubblica Cisalpina, nata dopo la Rivoluzione Francese, ma presentata per la prima volta a Modena nel dicembre 1796 e fatta sventolare per le strade cittadine dall’entusiasta don Antonio Rovatti, che diventerà anche il cronista di quei giorni. Il tricolore ha in realtà una lunga e complicata gestazione legata ai battaglioni repubblicani di Milano (come, nota l’autore, aveva correttamente sostenuto Bettino Craxi nel corso di una polemica) ma che è poco nota.

Una lunga parte del lavoro esamina la questione delle scuole pubbliche nel periodo di Francesco IV dopo la Restaurazione. Dai documenti che ha trovato, Bertani afferma che in effetti, come legenda popolare voleva, anche a quei tempi la scuola elementare era pubblica e gratuita. Le modalità erano però più complesse perché era necessario che qualcuno mantenesse il maestro e se non poteva farlo la comunità perché indigente interveniva il Comune o lo Stato.

La ferrovia, la darsena e altre innovazioni infrastrutturali vengono analizzate nel capitolo sul breve governo di Francesco V, l’ultimo duca, spodestato dai Savoia. E anche sul cosiddetto “plebiscito” del 1859 Bertani dà uno sguardo critico arrivando alla conclusione che c’è ancora molto da sapere e da scrivere sull’annessione dello stato estense al Regno sabaudo, un’operazione politica e istituzionale ancora oggi poco chiara e tramandata in base ai luoghi comuni dell’epoca. Il libro parte in realtà da tempi ben più lontani ma l’attenzione per i duchi d’Este è massima.

Volendo fare una critica, l’unica figura sottovalutata è quella di Francesco III, una delle figure più importanti di questa dinastia.

Toccante è la ricostruzione dell’ultimo viaggio sul Naviglio e i suoi canali con lo splendido percorso di ville e architetture lungo le sponde. —