Il cavalier Condorelli denuncia l’estorsione

L’imprenditore dei torroncini non si piega all’intimidazione e aiuta a sgominare i clan della droga e delle truffe all’Inps

Catania. L’intimidazione arriva, con un biglietto sgrammaticato e una bottiglia di alcol etilico, a marzo del 2019. Il messaggio recita testualmente : “Mettiti a posto ho ti faccimo saltare in aria cercati un amico”. Nel mirino del clan di Belpasso, c’è il cavaliere Giuseppe Condorelli, il produttore dei torroncini, resi famosi dagli spot dell’attore Leo Gullotta. Condorelli non si piega e denuncia il tentativo di estorsione. I carabinieri stanno già indagando. Hanno un’ulteriore conferma che li porta a decimare il clan di Belpasso, affiliato al clan Santapaola-Ercolano.

Ieri i carabinieri hanno arrestato 40 persone (10 sono ai domiciliari) coinvolte – secondo la Direzione distrettuale anti-mafia di Catania (Dda) nell’inchiesta “Sotto Scacco” che ricostruirebbe gli affari dei clan Alleruzzo, Assinnata e Amantea, attivi appunto a Paternò e Belpasso. Affari che andrebbero dalla gestione (in esclusiva) del traffico di droga alle truffe all’Inps, fino all’estorsione.


Condorelli denuncia il tentativo di estorsione ai carabinieri, che stanno già indagando e che intercettano una telefonata tra due presunti affiliati Barbaro Stimoli e Daniele Licciardello. Nella conversazione agli atti dell’inchiesta i due parlano dei rischi che si possono corre con il tentativo di estorcere denaro a un personaggio di rilievo nazionale come il produttore dei torroncini. Così la mafia cambia strategia criminale: abbandona l’idea di compiere l’estorsione a Condorelli

Nell'inchiesta, però, emerge uno scenario molto diverso da quello che ha coinvolto il cavaliere Condorelli. Dalle indagini emergono i contributi al sodalizio mafioso da parte di imprenditori di Paternò con condotte volte a favorire consapevolmente le illecite attività del clan.

Emblematica in tal senso sarebbe la posizione di Salvatore Tortomasi, ritenuto responsabile di concorso in associazione mafiosa poiché, quale titolare di una ditta di commercializzazione di prodotti agricoli e ortofrutticoli, aveva pattuito col gruppo di Paternò, e in particolare con la famiglia Amantea, il versamento di somme di denaro anche quale percentuale degli utili dell’attività di impresa. Inoltre consentendo ai criminali di concludere affari occultamente in società con se stesso, riusciva nei territori sotto il controllo del clan mafioso a imporsi in posizione dominante nelle attività economiche esercitate, ottenendo protezione anche nei confronti dei creditori e di altri clan mafiosi, così favorendo la realizzazione di profitti e vantaggi ingiusti per il clan, al quale forniva un contributo stabile e protratto nel tempo alla realizzazione delle finalità della medesima organizzazione mafiosa.

Altre figure imprenditoriali di Paternò in rapporti con il clan sarebbero (secondo l’accusa) quelle di Angelo Nicotra, proprietario di importanti gioiellerie – che “vantava” amicizie con Pietro Puglisi reggente del clan Assinnata – e quella di Enrico Maria Corsaro: che, secondo l'accusa, avrebbero «nascosto la provenienza illecita di beni e denaro».

Scoperto infine un sodalizio specializzato in truffe all’Inps organizzate con la collaborazione di consulenti del lavoro. La truffa sarebbe servita per far ottenere (a chi non ne aveva diritto)l’ indennità di disoccupazione agricola. Con questo sistema falsi braccianti ricevevano 20 euro al giorno per la loro complicità nell’inganno all’istituto previdenziale. Il danno all’Inps (per le indennità pagate e non dovute) è stimato in oltre 85.000 euro. —