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Ossa sui calanchi. Il compagno di Paola Landini invoca la verità sui resti 

Tante aspettative dopo 9 anni di attesa Roberto Brogli si chiude al poligono. Amarezza per la notizia non comunicata ai famigliari: il figlio va in Questura

SASSUOLO. È come sempre al poligono di tiro di Sassuolo Roberto Brogli, responsabile oggi come nel 2012 della struttura. Ma non è una mattinata come le altre, lo capisci subito dallo sguardo. La lettura dei giornali ha avuto l’effetto di una macchina del tempo: lo ha riportato indietro di nove anni, dritto a quella mattina del 15 maggio 2012 in cui, dopo il saluto alle 10 all’uscita di casa, la sorte di Paola Landini è diventata un mistero.



«Non voglio fare dichiarazioni finché non c’è la sicurezza che siano suoi i resti ritrovati» precisa subito il compagno della donna nell’aprire la porta del suo ufficio. Si ferma lì con le parole ma a chi gli sta vicino parla e avanza riflessioni. Che partono da un doppio senso di incredulità. In primo luogo per non aver avuto nessuna comunicazione del ritrovamento nella giornata di mercoledì, in cui il poligono è stato il quartier generale delle operazioni di ricerca: i resti umani ritrovati sono usciti di lì in una borsa senza che gli fosse stato detto nulla. Immaginabile la reazione nello scoprire tutto dai giornali la mattina dopo. La sua e quella di Luca Arletti, il figlio 26enne di Paola. Si è fiondato in Questura a chiedere chiarimenti, e c’è rimasto tutta la mattina.



Ma c’è anche un altro motivo di incredulità nelle parole di Brogli. Ricorda che all’epoca le ricerche per ritrovare Paola si erano svolte per giorni e giorni senza alcun risparmio di energie, uomini e mezzi: vennero impiegati anche i cani molecolari dal fiuto infallibile, ci furono persino dei sorvoli in elicottero con un’apparecchiatura speciale di ricerca. Più tutte le squadre che a terra battevano l’area attorno al poligono di tiro. La sua domanda di fondo è: com’è possibile che oggi, a distanza di nove anni, un semplice passaggio da terra abbia permesso di ritrovare l’introvabile? È anche vero però che nel 2012 i tecnici del Soccorso Alpino non furono impiegati nelle ricerche. Solo a loro è venuto lo spunto di calarsi con delle corde in calanchi altrimenti inaccessibili? Il punto di rinvenimento è stato battuto mercoledì per la prima volta? O lo fu già allora ma all’epoca del corpo non c’era traccia?



Brogli nel settembre del 2012 arrivò anche a incaricare un investigatore privato, alla ricerca di elementi utili a chiarire quello che era successo. Ora la richiesta di certezze passa da un’unica strada: il test del Dna, il solo che può dire una verità sui quei resti, stabilendo se effettivamente sono di Paola. I campioni di riscontro sono stati acquisiti già nel 2012, quindi è possibile che non ci vogliano tempi troppo lunghi per avere un responso attendibile.

Se fosse positivo, rinnoverebbe senz’altro il dolore per la perdita ma rappresenterebbe anche un punto fermo in una storia che in nove anni ha navigato in un mare di incertezze, congetture e ipotesi. Un punto solido da cui partire nella ricostruzione della verità, nella soluzione del cold case. —

D.M.

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