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Sassuolo, «la verità è vicina, io non ho ucciso Paola»

Brogli, presidente del Tiro a segno ed ex compagno della donna scomparsa: «Non è troppo tardi per capire cosa accadde»

SASSUOLO «Siamo molto vicini alla verità: se penso che quello di Paola sia un gesto volontario? Quali altre alternative ci sono?».

Roberto Brogli, ex compagno di Paola Landini, la 44enne scomparsa nel 2012, e presidente del Tiro a segno di Sassuolo è esausto del duplice peso affrontato in questi nove anni. Da un lato la scomparsa di Paola, dall’altro l’ombra del sospetto che gli aleggia intorno.


Brogli, le ossa, gli indumenti e le due pistole, oltre alle chiavi della Fiat, ritrovati a poche centinaia di metri dal Poligono portano a Paola.



«Si spera che stavolta arriviamo alla verità: sento che ci siamo vicini. Non sappiamo ancora se è li che potremo dire una preghiera e piangere Paola. Non vedo l’ora che si sciolga l’alone di sospetto che mi ha creato un fardello difficilmente sostenibile in questi nove, lunghi, anni. Un periodo pesante che mi auguro sia arrivato alla fine, visto che i presupposti ci sono. Chi ha fatto il furbo tutto questo tempo con pettegolezzi e calunnie dovrà finirla. Nove anni non me li ridarà più nessuno. Mi hanno tolto la vita, insieme a tante cose, come la licenza di sparare, un gesto che rientra fra i cosiddetti “atti dovuti”.

Il generale Garofano, ex Ris, afferma che non sia troppo tardi per dare un’identità alle ossa.

«Credo, come Garofano, che si possa arrivare anche dopo nove anni a una verità. Ho sentito di tutto quello che è stato trovato: dalle chiavi dell’auto, alla pistola che combacia».

Crede che Paola possa essersi incamminata da sola per quel tragitto, anche se aveva mal di schiena?

«Certo, ci si arriva dal parcheggio dove aveva lasciato l'auto. Il calanco in questione è a meno di 200 metri dal poligono, non è un terreno impervio, anche con il mal di schiena ci si può arrivare».

Il calanco dove sono stati effettuati i ritrovamenti non era stato battuto durante le prime indagini: lì era presente un cantiere.

«I lavori sono iniziati nell’anno successivo al sisma che aveva lasciato conseguenze. Abbiamo provveduto a realizzare una struttura nuova dato che quella vecchia era crepata. Fino al 2013, però, c’era tempo di guardarci. C’era anche nel 2014... Chi ha scelto di non esaminare quell’area ci spiegherà perché non lo ha fatto. Noi abbiamo offerto la nostra disponibilità. I famigliari, inoltre, hanno preso un investigatore. Da parte mia, qui, io ho sempre detto che la porta è aperta».

Ha avuto modo di parlare con loro in questi giorni?

«Con Luca parlo tutti i giorni, gli ho parlato anche stamattina. Lavora qui al Tiro a segno. In questi anni sono stato bersaglio di sospetti, illazioni e accuse, ma per cosa? Per aver salutato e baciato la mia compagna che viveva con me? Queste accuse mi hanno fatto molto male e hanno mancato di rispetto a lei. Se c’erano problemi a me non è mai stato detto, quello che è certo è ognuno aveva libertà di scegliere. Sono nove anni che grido che non ho fatto nulla. La famiglia di Paola con me si è comportata in un modo stupendo, ma le espressioni della gente le vedi. La tua innocenza la gridi al mondo intero, ma percepisci cosa pensano le persone...».

Lei, quindi, pensa che quello di Paola sia stato un gesto volontario?

«E quali altre opzioni ci sarebbero?». —