L'intervista/ «Faw a Reggio? È un miracolo Strano che in Cina non se ne parli»

Alberto Forchielli, finanziere che si divide tra Europa e Asia «Prudenza: per ora il governo di Pechino non si è sentito»

ENRICO L. TIDONA

«Un investimento a Reggio da mille miliardi di dollari è clamoroso: un miracolo. Ma qui in Cina non se ne sente parlare e non ne capisco il perché. Così come non capisco perché vengano qui quando il mercato di riferimento per l’elettrico è l’Asia. Per questo, al di là degli entusiasmi, invito alla prudenza». Industriale, finanziere, blogger e volto tivù: Alberto Forchielli è l’uomo dei due mondi, partito dalla placida Emilia per conquistare il mondo della finanza prima con incarichi istituzionali – aiutò a liquidare la Cassa del Mezzogiorno, poi senior advisor per la Banca Mondiale oltre che membro dei cda di varie aziende italiane – fino ad essere managing partner di Mandarin Capital Partners, un fondo che ha già investito 450 milioni di euro in imprese – comprese Italcer e Ceramiche Rondine di Rubiera – che toccano interessi dagli Stati Uniti alla Cina, ormai sue seconde case. Un manager che della sua voce fuori dal coro ha fatto una cifra imprenditoriale e giornalistica, piuttosto guardingo ora sul mega investimento della joint venture tra i cinesi di Faw e gli americani di Silk Ev ideata per costruire le supercar elettriche del futuro a Gavassa di Reggio Emilia.


Forchielli dove si trova ora?

«Sono a Hong Kong da un mese circa»

Come valuta lo sbarco cinese-americano nel cuore dell’Emilia dei motori?

«Di grande interesse anche se invito a un minimo di prudenza».

Così spegne l’entusiasmo degli emiliani. Qui si stanno versando chilometri di inchiostro tra celebrazioni e speranze.

«Finché non vediamo delle ruspe in azione sarà meglio essere un minimo prudenti perché di questo investimento non se ne è parlato in Cina».

Che tipo di reazioni ha colto lei da là?

«Nessuna per ora. Ma sono venuti dei cinesi importanti in Regione?»

Non risulta. Per ora solo degli emissari. Ma è impegnata una forte componente istituzionale.

«Io penso che sia una cosa grandiosa ma invito solo a un attimo di cautela. Sui giornali cinesi non c’è niente. L’ambasciatore non è venuto, il presidente di Faw non è venuto, il governo cinese non si è sentito. Un investimento di questo genere dovrebbe essere una contropartita per la via della Seta. Di solito sono i primi a venire all’incasso».

Qui facciamo motori e ingranaggi e ora si parla di costruire l’auto elettrica che non ha motore. È una sfida o una minaccia per i nostri distretti?

«No, in teoria è una cosa fantastica. Il fatto che portino componentistica e tutta la catena del valore dell’elettrico nella Motor Valley emiliana è importante. Ma un ulteriore elemento di perplessità è proprio questo. I grandi player cinesi dell’elettrico stanno facendo tutto in Cina creando una supply chain dell’elettrico assolutamente completa a casa loro, dalla batteria in su. Non si capisce perché questi vengano dove non esiste supply chain».

Qui c’è la Ferrari che sembra attardata sull’elettrico e le altre case di supercar si stanno attrezzando. L’arrivo della supercar Faw darà più benefici o più danni a queste eccellenze italiane nel mondo?

«Sicuramente più benefici perché portano la catena del valore e conoscenza. Io spero che ci sia questo investimento e in questi termini».

Ma quanta politica estera c’è o ci sarà in questo investimento targato Cina?

«Ma in teoria ce ne dovrebbe essere tanta. Per questo mi chiedo com’è che non si è ancora visto nessuno».

Sappiamo però che hanno già comprato l’area da 350mila metri quadrati a Gavassa, di fronte all’autostrada, a pochi chilometri dai treni ad velocità. Quindi un primo piede lo hanno già messo.

«Infatti il beneficio ci sarebbe tutto per tutta l’area padana. Ma un investimento di questa portata coinvolge i governi. Quello cinese per ora non dice nulla».

Secondo lei arrivare a Milano in trequarti d’ora con la Mediopadana ha avuto un effetto per chi ha i treni superveloci come i cinesi?

«Sicuramente ha giocato un ruolo. Così come trovare un terreno davanti all’autostrada, così vicino a Campogalliano, con la fermata dell’alta velocità. Poi a Bologna c’è la Lamborghini, a Modena ci sono la Ferrari e la Maserati, a Parma c’è la Dallara mentre a Reggio non c’era ancora niente».

Faw vuole fare delle auto sportive di lusso. Quindi è vero che i cinesi sono i nuovi paperoni? Bisogna fare come dicono in molti, cioè studiare il mandarino invece che l’inglese visto che il capitale è sempre più nelle loro mani?

«Il numero di nuovi ricchi miliardari in Cina supera quello dei nuovi ricchi miliardari in America. Quindi sono sicuramente i nuovi paperoni. L’elettrico è il futuro e in Cina c’è già e ci sarà di gran lunga il mercato elettrico più importante al mondo. Per questo c’è da domandarsi perché questo investimento non l’abbiano fatto in Cina».

Ma c’è abbastanza energia pulita per questa rivoluzione?

«L’elettrico in campo ambientale non vale nulla se non agiamo con energie alternative. Se dobbiamo bruciare carbone o gas per alimentare la macchina elettrica non cambia nulla e i soldi in arrivo dall’Europa sono stati stanziati apposta».

Il Covid ha ridimensionato le mire cinesi?

«Le ha solo scalfite. Il governo li ha però frenati molto da un po’ di tempo dopo investimenti azzardati, soldi sprecati, squadre di calcio..».

Voi la sfida con la Cina la giocate nel distretto della ceramica con Italcer. Si può vincere?

«Sì anche perché i cinesi non possono entrare in Europa grazi all’antidumping. E Trump ci ha dato una mano con i dazi alle ceramiche cinesi in America favorendo le nostre. Quindi siamo protetti dal fuoco amico. Si fa presto a criticare la politica dei dazi ma quando uno è rimasto senza niente poi fa fatica a ricostruire».

Lei investirebbe in una supercar elettrica a trazione cinese?

«Probabilmente no». —