Modena. L’arte della pelletteria è una passione di famiglia

Dal 1962 l’azienda fondata da Emore Beltrami lavora le materie prime di qualità E oggi i figli Davide e Annalisa curano i rapporti con le grandi firme della moda

MODENA. Anche in un’epoca (come la nostra) in cui il lavoro scarseggia, capita spesso che i figli rifiutino l’azienda di famiglia per affrontare l’ignoto. Altre volte, invece, c’è una nuova generazione felice di tenere il timone assieme al genitore fino al momento in cui avverrà il vero e proprio passaggio di consegne.

Antichi mestieri pelletterie Emore Beltrami



Succede da Beltrami, storica pelletteria di due piani in via Salgari, alle porte di Modena, dove il fondatore Emore ha trovato nei figli i suoi due “capitani”. E così Davide ha in mano la produzione di cinture, mentre la sorella Annalisa dirige il reparto borse al piano superiore. La regina dell’azienda però è un’altra: la pelle di coccodrillo, fino a una decina di anni fa selezionata personalmente da Emore Beltrami nelle concerie sudamericane, dove viene effettuata la prima lavorazione. I principali clienti della pelletteria modenese? Alcune tra le firme più prestigiose del mondo del luxury. «Sono loro a cercare ditte come la nostra - spiega l’imprenditore - qui vengono gli stilisti, che si rapportano direttamente con i miei figli». E sulla prima generazione di operai andati in pensione: «Orgoglioso di dire che quei compagni di viaggio erano dei ragazzini quando sono arrivati in azienda e sono rimasti fino all’età pensionabile».

Emore Beltrami, partiamo dalle vostre collaborazioni con firme prestigiose: come sono nate?

«La cosa importante è conoscere il prodotto: saper scegliere un coccodrillo in particolare, verificarne l’origine e avere la garanzia che la Convenzione di Washington sia rispettata. Tutto nasce dalla scelta di non fare un mio marchio, ma di affiancarmi a chi voleva e poteva collaborare con l’azienda. Da lì sono nati contatti con le firme più prestigiose, con le quali dopo 58 anni continuiamo a collaborare. Le grandi firme cercano qualcuno che sia capace di lavorare questo prodotto: parliamo di lavorazioni difficili e costose, di procedimenti che sono anche un po’ segreti dell’artigiano, come la spaccatura, la giuntatura… più uno è capace di non far apparire le varie operazioni, più è bravo. Sono loro a contattare ditte come la nostra per poter realizzare i loro modelli, o proposte che vengono da noi, e garantire una presenza di qualità e novità. Qui vengono gli stilisti, che si rapportano con i miei figli».

Voi dove vi rifornite?

«Per quanto riguarda i rettili, l’acquisto in Italia è oneroso, quindi si guarda alle concerie estere, principalmente americane. L’importante per noi è poter comprare con i permessi, così da tutelare la natura. La mia azienda ha sempre cercato di essere molto precisa e fiscale in questo, aspetto che viene apprezzato dalle firme. Fino a una decina di anni fa andavo personalmente a scegliere i pellami, poi i mercati sono cambiati, così come il sistema di lavoro, e quantità importanti come prima non servono più. Si continua però a collaborare, anche se in modo diverso, grazie alle conoscenze coltivate negli anni».

Com’è cambiata la domanda nel corso degli anni?

«Fino agli anni Novanta, ma in realtà fino a cinque anni fa, la domanda era sempre crescente. Poi l’avvento della concorrenza cinese su produzioni e materiali ha fatto sì che, purtroppo, i nostri costi diventassero meno competitivi. Alcuni artigiani hanno smesso di guardare alla qualità - e questo è stato l’errore che li ha portati alla chiusura - altri hanno cercato di mantenerla, cosa che però difficilmente ha consentito di mantenere un mercato saldo. Infine il Covid, che ha affossato molto la domanda di beni di lusso. Paesi come Stati Uniti, Francia ed Emirati Arabi hanno avuto un calo esponenziale. Anche noi siamo stati un po’ costretti a soffrirne, ma speriamo di riprenderci presto».

Dal 1962, quanto è cambiata l’azienda? I suoi dipendenti hanno imparato qui il mestiere?

«Da 1-2 dipendenti siamo arrivati alla ventina attuale. Il ricambio c’è stato e lo dimostra non solo la presenza dei miei figli, ma anche il fatto che negli ultimi 5 anni ho perso circa 10 compagni di viaggio. La cosa che posso dire, con vanto ed orgoglio, è che sono arrivati da me che erano dei ragazzini e qui sono arrivati fino all’età pensionabile… diciamo che male non si sono trovati. Oggi è la stessa cosa: cerchiamo apprendisti che abbiano voglia di imparare il mestiere».

Ce ne sono ancora di questi giovani?

«Qualcuno c’è ancora, se a un ragazzo piace questo settore e la passione lo prende, allora è una conquista. Noi cerchiamo di dare loro collaborazione e, soprattutto, qualcosa che per me è fondamentale: l’umanità che serve all’interno di un ambiente di lavoro. —

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