Rovereto. Erika e le due vite, studentessa e caregiver di cuore

ROVERETO Erika Borellini, 27 anni, di Rovereto sulla Secchia, vive due vite contemporaneamente: studentessa universitaria in Electronics Engineering presso l’Università di Modena e Reggio Emilia da una parte e caregiver dall’altra.
Essere caregiver vuol dire occuparsi di una persona, solitamente un famigliare, affetta da grosse disabilità che non le permettono di essere autonoma. Dall’età di 19 anni, Erika si occupa di sua madre, dopo che un aneurisma rompendosi ha causato una emorragia cerebrale provocandole numerosi danni.

«Oggi si sente sempre più spesso questa parola inglese ma nel 2013 quando nominavi la parola caregiver sembrava quasi di parlare di una malattia. Nessuno la conosceva se non le associazioni che trattavano il tema e non se ne parlava in tv o sui giornali – racconta Erika - In questo momento, nella mia famiglia abbiamo raggiunto un delicato equilibrio in cui la mamma è stabile, mio padre riesce a continuare a mandare avanti il suo studio di progettazione e una signora ci aiuta in casa quando non ci siamo. Il periodo Covid non è stato per niente facile e ha aumentato la paura e l’incertezza in famiglie già destabilizzate dalla malattia, basti pensare che nonostante fosse scritto sia a livello statale che regionale che i caregivers che assistono una persona con un elevato grado di disabilità avrebbero dovuto essere vaccinati con lei (o almeno a breve distanza), nella realtà spesso questo non è avvenuto. Porto il mio esempio: mia madre ha effettuato l’ultima dose di vaccino a fine aprile a domicilio, mentre io sarò vaccinata il 10 giugno, la prima data che mi è stata proposta quando hanno aperto le prenotazioni per vaccinare i caregivers sotto i 50 anni».


La figura del caregiver svolge un ruolo chiave all’interno della società ma spesso non riceve i sostegni necessari o sufficienti nonostante tutti noi, potenzialmente, potremmo essere caregiver un giorno (e anche per più volte di seguito) o potremo aver bisogno di un caregiver, perché tutti possiamo ammalarci, diventare anziani o avere un figlio che nasce con una disabilità. «Spesso i caregivers vengono ritenuti come delle appendici degli ammalati e quindi privati di ogni diritto, spesso si sentono soli perché le stesse istituzioni, la politica e gli altri professionisti che si dovrebbero occupare di loro li fanno sentire soli – commenta Erika - La politica sottovaluta l’utilità sociale ed economica che i caregivers hanno per il nostro paese, un problema che in un futuro, vicino o lontano, potrebbe affliggere tutti prima o poi ed è meglio essere informati subito che esistono determinati servizi ed opportunità piuttosto che ritrovarsi a lottare per poter ottenere ogni singola cosa».


A livello locale, c’è l’associazione “Anziani e non solo” che si occupa di caregiver giovani e adulti, cercando di attivare progetti e servizi al fine di sostenere chi svolge questi compiti di cura. A livello europeo invece esiste il progetto MeWe finanziato dall’Unione Europea, dove cooperano più organizzazioni di diversi paesi con lo scopo di rendere più consapevoli i giovani caregivers (tra i 15-17 anni) e rafforzare la loro resilienza. Tanti i progetti in cantiere di Erika: «Al momento il progetto numero uno è laurearmi – racconta - Quando ho preso la laurea triennale in Ingegneria, a causa del fatto che non ero stata equiparata ad uno studente lavoratore, ho avuto non pochi problemi per poter accedere alla laurea magistrale ed è solo grazie alla vicinanza di persone che mi hanno sostenuto che ho potuto realizzare questo sogno creando così un precedente e dando la forza ad altri ragazzi caregiver di continuare a studiare. Purtroppo né nella mia università né in altre si sono ancora attuate delle manovre a sostegno degli studenti caregiver, per cui per me riuscire a prendere la laurea magistrale vuol dire dimostrare che noi studenti caregiver, se ci viene data la possibilità e il supporto, possiamo e dobbiamo continuare a studiare. Il secondo progetto invece è un manifesto dedicato ai caregivers, il terzo un piccolo video che uscirà prossimamente per raggiungere quante più persone possibili su questi temi». Il manifesto che sta girando sui social consiste in foto di diversi caregivers e in un testo che racconta cosa provano quotidianamente. «Ho inoltre appena creato un gruppo su Telegram che riunisce caregivers da tutta Italia - conclude Erika - dove si può parlare liberamente e non solo della legge che è appena uscita, di come avere un servizio o del politico che ha detto una parola sbagliata, ma anche e soprattutto di noi». —
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