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LO SPECIALE / Storia e retroscena dell'assalto del commando di 15 uomini a portavalori sull'A1 a San Cesario. Puntavano a 2 milioni e mezzo, ma hanno fallito

È stata una serata, quella di lunedì, ad alta tensione lungo l’autostrada. Prima i camion che hanno bloccato la carreggiata e dato il via all’assalto del commando di 15 persone. Gli stessi che hanno incendiato alcune auto per creare un diversivo e aprirsi la fuga in direzione sud. Tutto per rubare 2,5 milioni contenuti in un mezzo blindato. LA RICOSTRUZIONE - LE TESTIMONIANZE - L'ANALISI  Servizi a cura di Serena Arbizzi e Enrico Ballotti. Foto e video Gino Esposito

San Cesario, assalto (fallito) a portavalori sull'A1 con spari e incendi

È stata una serata, quella di lunedì, ad alta tensione lungo l’autostrada. Prima i camion che hanno bloccato la carreggiata e dato il via all’assalto del commando di 15 persone. Gli stessi che hanno incendiato alcune auto per creare un diversivo e aprirsi la fuga in direzione sud. Tutto per rubare 2,5 milioni contenuti in un mezzo blindato. Ricostruiamo quanto accaduto attraverso i primi elementi emersi dalle indagini, le testimonianze e le analisi di un esperto.

LA RICOSTRUZIONE

Puntavano a 2 milioni e mezzo trasportati dal blindato

SAN CESARIO. Un bottino da due milioni e mezzo. Avevano pianificato nei minimi dettagli da settimane, forse da mesi, il blitz, i 15 banditi entrati in azione alle 20 di lunedì per dare vita a quello che molti hanno definito il copione di un film e che poteva trasformarsi in una strage.

Un commando dallo stampo militare, quello che ha assaltato il portavalori della ditta vicentina Battistolli sull’A1, all’altezza di San Cesario e che ricorda gli assalti ai portavalori della banda di Cerignola o di altri gruppi criminali di origine sarda.

Queste due delle piste che sta seguendo la Squadra Mobile di Modena, che indaga a tutto tondo dai primi istanti, insieme alla Scientifica di Modena e Bologna e alla Stradale, intervenute in A1 quando si scatena l’inferno, così come diversi vigili del fuoco arrivati da Modena e Bologna. Il commando blocca il traffico in autostrada ordinando di intraversare Tir e altri mezzi. Poi spara colpi di Kalashnikov alle gomme e fa scendere gli automobilisti. E incendia alcuni mezzi scatenando un’imponente colonna di fumo. L’azione culmina con 15 banditi che crivellano il furgone portavalori.

Uno di loro taglia la lamiera che consente l’accesso alla cassaforte, mentre altri tentano di farla saltare con dell’esplosivo, ma qualcosa va storto. La cassaforte non si apre: è rimasta in stallo impedendo grazie a un sistema di sicurezza previsto nei mezzi blindati. A questo punto la banda capisce che il tempo stringe e ogni secondo potrebbe agevolare la cattura. E decide di fuggire, impiegando delle auto bianche con cui prendono la direzione di Bologna, seminando chiodi a tre punti per evitare qualsiasi inseguimento.

Il furgone della ditta Battistolli stava viaggiando verso Bologna, da Modena, dove, secondo le prime ricostruzioni, aveva ritirato da Coopservice, l’ingente quantità di denaro che, secondo i criminali, doveva diventare il bottino del maxi assalto. Tra Battistolli e Coopservice, secondo indiscrezioni, sarebbe in predicato un’unione. Battistolli aveva appena prelevato la somma a otto zeri, ritirata a sua volta da Coopservice presso vari clienti del Modenese. Visto l’ammontare di denaro, si tratta per lo più di soldi depositati nei caveau fino a raggiungere la somma di due milioni e mezzo.



Il colpo è stato dunque pianificato nei minimi dettagli. A partire dal luogo scelto per entrare in azione: qui è facile l’accesso dai campi, dal momento che c’è solamente una recinzione facilmente valicabile. E non si esclude che la banda fosse connessa a un basista quando è entrata in azione. Le indagini tengono conto anche delle immagini scattate da numerose persone che, loro malgrado, si sono trovate coinvolte. Tra loro, secondo le testimonianze, anche un’ambulanza con un paziente minorenne a bordo.

Il traffico in autostrada è stato riaperto ieri mattina intorno alle 4.

LA CAPSULA DEL PORTAVALORI

Mezzo a prova di Kalashnikov  Battistolli Group stava svolgendo il trasporto: «Il piano di difesa scattato subito»

San Cesario. Lezione numero uno: “Mai abbandonare la capsula di sicurezza, mai lasciare il furgone. All’interno dell’abitacolo si è al sicuro anche se dall’altra parte sparano con un Kalashnikov”. Chissà quante volte, durante le 25mila di formazione annuali, i vigilantes del gruppo Battistolli di Vicenza si sono sentiti ripetere questo ritornello. E chissà se anche lunedì sera, la memoria dei due operatori in servizio è stata talmente fredda da tornare sui “banchi di scuola” dell’azienda leader dei trasporti sicuri.


Probabilmente sì, perché i due uomini chiamati a difendere il portavalori hanno portato a termine quello che, crediamo, sia un protocollo ben definito fino all’ultimo dettaglio. Lo conferma anche Marco Meletti che di Bettistolli Group è il responsabile comunicazione e marketing: «Prima di tutto ci tengo a precisare che come azienda siamo molto dispiaciuti per i disagi che questa tentata rapina ha dato agli automobilisti e agli autotrasportatori. Come è fin troppo facile capire tutto questo non dipende da noi. Quindi aggiungo che siamo felici che nessuno si sia fatto male tra i nostri dipendenti e tra le persone che si trovavano a transitare nella zona».


Una precisazione doverosa che anticipa un racconto ben più accurato sul lavoro che il mezzo Bettistolli stava svolgendo lungo l’autostrada: «Sappiamo benissimo – continua Meletti – che non trasportiamo mollette per il bucato e che il rischio fa parte della nostra attività. Un aspetto che ovviamente teniamo in considerazione e per questo ci serviamo di mezzi di ultima generazione. Come appunto quello che è stato attaccato sul tratto dell’A1 nei pressi di San Cesario. Parlo di un vero e proprio attacco perché ci siamo dovuti scontrare con un vero e proprio commando composto da diverse persone armate».


Alla mano fucili d’assalto, Kalashnikov in questo caso: «Il nostro portavalori, grazie a quella che possiamo definire “capsula”, è in grado di respingere e quindi di reggere anche i colpi di un’arma potete come è il Kalashnikov . Proprio per questo motivo la nostra indicazione è chiara: non abbandonare il mezzo. Lì si può essere al sicuro e da lì si possono attivare tutte le misure di sicurezza. Come, appunto, è accaduto anche lunedì sera in AutoSole».


Il piano della Battistolli, andato regolarmente in porto, è quindi presto riassunto: «Si diceva delle indicazioni da rispettare durante un attacco restando dentro al furgone, gli operatori sono in primis lontano dal pericolo e poi restano vicini a quanto trasportano. In più, proprio grazie ai sistemi di difesa, hanno la possibilità di chiamare i soccorsi: contattando la nostra centrale operativa che, di conseguenza, si attiva con le forze di polizia presenti sui territori. Pensate cosa potrebbe succedere nel caso i nostri addetti scelgano di scendere dal furgone. Sarebbero alla mercé di questi individui e delle loro armi da fuoco».


La “famosa” lezione numero uno, quella rispettata dagli operatori in strada: «Durante l’anno sono frequenti e continui i corsi di formazione ai dipendenti. Si differenziano in base alle mansioni che svolgono e ai prodotti che si trovano a trasportare durante il servizio in tutto Italia. Ad esempio formiamo a dovere gli autisti o le guardie giurate. Insomma, varie tipologie di figure. In un anno sono 25mila totali di formazione».
Una formazione necessaria, indispensabile. A partire dalla lezione numero uno, probabilmente quella più importante. —

IL TESTIMONE

«Ho visto quei banditi incappucciati col fucile Sono scappato a piedi»

SAN CESARIO. Sono diverse le testimonianze che arrivano dall’autostrada. Sono degli automobilisti che stavano transitando lungo il tratto modenese dell’A1 quando in scena è andato l’attacco al portavalori. Uno di questi racconta quanto accaduto in qui minuti: «Ad un certo punto ho visto il traffico fermarsi e un camion che chiudeva l’intera carreggiata. Poi sono arrivati alcuni uomini armati, qualcuno aveva il fucile mentre altri la pistola. Erano incappucciati. Nitidamente ho sentito anche alcuni spari, penso fossero in aria perché ho saputo che fortunatamente nessuno è rimasto ferito».
Quindi la fuga, una corsa più lontano possibile dal pericolo: «Ho arrestato di colpo l’auto, così hanno fatto anche altri e sono sceso. Non potevo fare altro che correre e andare in un punto più sicuro». —

L'ANALISI

L’analisi di Giuseppe Zaccaria, storico investigatore della polizia:«Un assalto di stampo paramilitare Colpo studiato e banditi spregiudicati»


Un’organizzazione dalle caratteristiche paramilitari, che sa usare armi ed esplosivi e riconduce ai sardi o a Cerignola per le modalità con cui entra in azione. Emerge analizzando precedenti, come quello del marzo scorso a Novara, quando è stata arrestata una banda arrivata dalla Puglia per assaltare i portavalori.
«Hanno paralizzato l’Italia, ostentando armi: tutto questo obbedisce a una dottrina di squadra dove i ruoli non sono esercitati a casaccio, ma frutto di una strategia plastica, con scenari pregressi che vengono poi replicati in nuovi scenari». Giuseppe Zaccaria è stato per 40 anni una colonna portante della Questura e uomo-chiave di numerose e rilevanti inchieste di carattere nazionale e locale.


L’analisi di Zaccaria dell’assalto in A1 di lunedì sera, vede al centro una banda che «non va certamente alla cieca, anzi studia un piano di programma per ottenere i bottino, ma al tempo stesso anche il piano di fuga. Il flusso veicolare, infatti, comporta il coinvolgimento di tanti soggetti, per cui occorre una certa meticolosità della tempistica. Ciò richiede e suppone un’esercitazione preventiva che tenga conto di orario e punto nevralgico».
«Ci sono corsie di restringimento? Ci sono lavori in corso o altre variabili che potrebbero influenzare il risultato? Questi alcuni dei punti a cui hanno risposto prima di entrare in azione – continua Zaccaria – Siamo in presenza di una mente strategica che ha usato personaggi non nuovi a imprese del genere, che richiedono una certa spregiudicatezza e capacità di armarsi anche di attrezzature tecnologicamente all’avanguardia».


Tra gli elementi cruciali dell’analisi c’è il numero di componenti del commando entrato in azione. «L’elevato numero di partecipanti presuppone ruoli diversi: c’è chi pianifica la fuga, chi si procura i mezzi “puliti” per fuggire. Tenendo conto che siamo quasi una Mitteleuropa: hanno colpito in un’arteria che dà sfogo all’entrata e all’uscita dall’Europa, non solo un collegamento tra nord e sud. Affrontare un progetto così ambito è stato oggetto di un calcolo determinante anche in altre situazioni prima di questa.

Solo il campo d’azione è mutato. Un’azione simile la possono svolgere solo delle persone che abbiano valenza mentale, padronanza delle armi, capacità di agire in gruppo e di essere l’uno per l’altro perché dall’esito dell’uno dipende la possibilità di essere arrestati dagli altri. Hanno un pregresso associativo o per consonanza etica o di associazione. Il muoversi in gruppo e l’ubbidienza in sincronia fa venire in mente l’ambito paramilitare con elementi che potrebbero anche arrivare dall’estero».
Altre bande hanno colpito in modo analogo in Emilia, in Lombardia. «Una di queste – ricorda Zaccaria – è stata arrestata proprio dalla squadra mobile di Modena. Non è stato infrequente trovare “talpe” vicine alle bande».

IL PERICOLO

Il blitz sbarra la strada a un’ambulanza con un caso grave

Il maxi blitz del commando entrato in azione lunedì sera in autostrada poteva scatenare una strage e provocare gravi danni all’incolumità delle persone.
Tra chi stava percorrendo l’Autosole c’era anche un mezzo di emergenza con a bordo un minorenne che doveva raggiungere a tutti i costi l’ospedale per necessità particolarmente impellenti.
Nella concitazione del momento è avvenuto che il mezzo di soccorso su cui viaggiava il paziente, si sia trovato la strada sbarrata dal commando e dai camion fatti intraversare dai banditi. Il paziente era partito da Modena e doveva raggiungere Bologna, ma non è stato possibile farlo attraverso l’autostrada come pianificato.
Sono stati necessari i salti mortali, per l’ambulanza, costretta a girare al largo e a scegliere percorsi molto più lunghi.


I famigliari del giovane viaggiavano su un altro mezzo che precedeva quello di soccorso: sono passati sull’Autosole prima del blitz e dello sbarramento imposto dai malviventi e hanno raggiunto Bologna prima degli operatori.
Le quattro corsie dell’A1 sono rimaste chiuse per parecchie ore, visti i danni provocati dal commando. È stato necessario un grande lavoro da parte di vigili del fuoco, Stradale, Squadra Mobile, Scientifica per sgombrare la strada e renderla sicura. —

LE REAZIONI A SAN CESARIO

Il paese assiste al raid «Il silenzio poi il fumo»

SAN CESARIO. Spettatore, suo malgrado, di un assalto che nel territorio modenese ha davvero pochissimi precedenti. La serata di lunedì è stata decisamente movimentata per San Cesario, che “vive” a ridosso dell’autostrada. Sono diverse le testimonianze che arrivano in questo senso. C’è quella di Deanna che abita proprio alle spalle delle barriere anti-rumore. La visuale è coperta, ma in questo caso è un altro l’aspetto interessante: «Ero qui in casa e all’improvviso non ho più sentito il “ronzio” del traffico. L’A1 era completamente ferma, in silenzio. Ho immediatamente capito che stava accadendo qualcosa, certo non mi aspettavo di leggere di fatti del genere».


Un po’ lo stesso discorso che vale per Maria: «Ad un certo punto sono stati i mezzi di soccorso ad attirare la nostra attenzione. Eravamo a cena quando siamo usciti per vedere l’elicottero che volava sul paese».
Ad attirare Tommaso è invece stato il fumo. Anche lui, come Deanna, abita vicinissimo all’autostrada: «Decisamente alto, si vedeva in lontananza. Pensavo, vista la mole importante, che si trattasse di un incendio a una fabbrica. Sinceramente non ho sentito esplosioni e colpi. Solo fumo, tanto, e sirene spiegate».


Molti sancesariesi, poi, raccontano dell’arrivo dell’elicottero: «Che volava parecchio basso sulle case, mi sono quasi spaventata per quanto era vicino». Chi parla è Ania che quindi continua: «L’A1 era ferma e in paese si sentivano solamente delle sirene spiegate. Erano evidentemente i mezzi di soccorso e della polizia che si dirigevano verso il luogo della tentata rapina. Pensavamo che si trattasse di un incidente stradale, poi nel giro di poco tempo abbiamo capito cosa sta accadendo realmente».


«La fortuna è che nessuno si sia fatto male, di questo sono molto felice. Quel fumo mi ha spaventata parecchio». Mariolina sta rientrando dopo la spesa e racconta: «A quell’ora esco sempre per una passeggiata, lo faccio sul tardi per evitare la calura. Quando sono scesa in strada ho visto il fumo alzarsi alto e quindi ho deciso di non imboccare le stradine che costeggiano l’autostrada. Come tanti pensavo fosse un incidente. Invece si è trattato di un fatto davvero grave, come dicevo: sono felice che non ci siano stati feriti. Questa è la cosa più importante».


Catia, quindi, racconta: «Il fumo era talmente alto e talmente importante che ho subito pensato ad un incendio. Magari alla campagna, poi in breve tempo ci hanno informati di cosa stava succedendo in autostrada. Avevamo comunque capito che si poteva trattare di qualcosa di grave. Non fosse altro per i tanti mezzi di soccorso e per le forze dell’ordine che attraversavano il paese».

UNA NOTTE DI LAVORO

Informazioni e acqua: i volontari in aiuto agli automobilisti

MODENA. «Indicazioni e soprattutto acqua agli automobilisti che erano rimasti bloccati». È stata una notte di lavoro per i volontari come racconta Lorenzo Della Casa, coordinatore dei volontariati di Protezione civile della Consulta di Modena.
«Sono state impegnate una ventina di persone con sei mezzi. Tre i punti “strategici” che dovevano essere seguiti: i caselli di Modena Sud e Valsamoggia, oltre ad un’uscita di servizio a Piumazzo da dove auto e camion sono stati fatti deviare ». La colonna di mezzi del volontariato è stata fatta arrivare proprio nei pressi di questi tre punti dell’A1: «Entrare a nostra volta sarebbe stato troppo pericoloso, per questo ci è stato chiesto di attendere fuori dai caselli. Lì abbiamo dato aiuto a chi stava uscendo dopo ore passate in colonna. Qualche bottiglietta d’acqua, un po’ di ghiaccio per le bevande stesse e indicazioni utili a ritrovare la strada giusta».
Il servizio è iniziato intorno alle 21, poco dopo l’assalto del commando, ed è terminato attorno all’una di notte: «Esattamente – chiude Della Casa – quando il traffico era tornato alla normalità o meglio non era così intasato come nelle ore successive al tentativo di rapina». —