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Ausl di Modena, 170 dipendenti no-vax «In cento rischiano lo stipendio»

Brambilla: «Ne potremo ricollocare 70, per gli altri sospensione». Venti in bilico tra i medici di base

Sono 170 i dipendenti di Ausl che hanno deciso di non vaccinarsi contro il Covid. E per loro la direzione ha deciso di applicare le norme sull’obbligo vaccinale previste dal Governo.

«La settimana scorsa erano 178 – spiega il direttore generale Antonio Brambilla – quindi non abbiamo recuperato molto. Ci confronteremo con queste persone per capire in che modo impiegarle, di sicuro non possono restare a contatto con i pazienti».


Si tratta di 13 medici, 8 tra farmacisti, biologi e psicologi, 7 veterinari, 14 infermieri, 96 fisioterapisti, 32 tra tecnici e oss. «Su 170 – prosegue Brambilla – non troveremo una ricollocazione a tutti, ma soltanto a 70. Con i 100 rimanenti procederemo quindi con una segnalazione ai rispettivi ordini professionali, come prevede la norma e l’accordo con la Regione». Il passo successivo è la sospensione dal lavoro con relativo stop alla retribuzione. C’è un problema anche relativo ai medici di Medicina generale: «I vaccinati sono il 95,4%, per gli altri avvieremo lo stesso iter con rischio sospensione. Il che sarebbe un problema assistenziale non da poco». È nota infatti la cronica carenza di medici di Medicina generale. Tenendo conto che nel Modenese sono 477, si sta parlando di una ventina di professionisti a rischio e che andrebbero sostituiti.

Capitolo campagna vaccinale: «Mantenendo il ritmo attuale delle vaccinazioni (circa 7/8mila dosi al giorno), raggiungeremmo con almeno una dose l’80% della popolazione con più di 12 anni entro fine luglio e il 90% entro fine agosto. Con due dosi, noi a settembre “chiudiamo” o raggiungiamo comunque un target molto elevato. Tutto questo se arrivano i vaccini e se la gente si prenota». Per l’ormai abituale caos relativo ad AstraZeneca Brambilla conferma che al di sotto dei 60 anni non verrà usato, ma c’è grande fiducia della cittadinanza: «Solo in casi sporadici è stato rifiutato dagli ultrasessantenni, così come sono rarissimi coloro che hanno detto no al richiamo eterologo con Pfizer».

Brambilla ha poi affrontato un tema molto delicato, quello del futuro della società dopo la pandemia: «Dobbiamo riflettere sul cambiamento del nostro stile di vita, anche perché, senza essere catastrofisti, potremmo attenderci altre pandemie nei prossimi anni. Grazie a distanziamento e mascherine l’influenza è sparita, questo significa che tali comportamenti riducono la circolazione virale. A maggior ragione, quindi, possiamo continuare a ragionare di smart working, spazi di lavoro più ampi, strutture sanitarie progettate in modo diverso». Brambilla è consapevole delle gravi difficoltà vissute dai giovani: «Sono aumentati molto i disturbi psichiatrici, la vita sociale è cambiata e quindi non sto dicendo che le discoteche non dovranno più riaprire, anzi i giovani sono quelli che più stanno pagando le restrizioni. Tuttavia – conclude Brambilla – occorre fare alcune riflessioni: non credo sia corretto tornare a uno stile di vita e di lavoro come quello di prima. A partire dalla sanità: vanno incrementati telemedicina, teleassistenza e teleconsulti». —

GIB

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