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Una nuova legislazione per welfare e tutele di professionisti e lavoratori autonomi

La pandemia ha accentuato un’esigenza indifferibile Ma non si possono estendere gli strumenti per i dipendenti 

Dopo aver trattato l’argomento degli ammortizzatori sociali per i lavoratori dipendenti e le novità che ha portato con sè il D.L. 73/2021 (Sostegni-bis) abbiamo ricevuto molte richieste perché affrontassimo il tema delle tutele per lavoratori autonomi e professionisti: un argomento controverso, scivoloso e a volte fortemente divisivo, il welfare riferito al lavoro autonomo e professionale. La pandemia ha accentuato a dismisura il continuo mutamento delle dinamiche lavorative ed è proprio per questo che è necessario e indispensabile avviare un percorso, sia normativo sia fattuale, per il riconoscimento di maggiori garanzie per il libero professionista e il lavoratore autonomo in generale.

Nel corso di quest’ultimo anno, caratterizzato dall’emergenza epidemiologica, lo Stato è dovuto intervenire con una dose massiccia di risorse per finanziare gli ammortizzatori sociali in favore di lavoratori dipendenti e per la prima volta anche degli autonomi. Per i lavoratori autonomi e liberi professionisti si sono dovute costruire delle prestazioni ex novo, non essendoci in termini ordinari degli strumenti che fungessero da ammortizzatore sociale per queste categorie. Un esempio è stata l’erogazione del contributo a fondo perduto: una misura spot, i cui requisiti di accesso della platea dei beneficiari, importi, modalità di corresponsione, sono stati interamente definiti dalla normativa emergenziale; il legislatore ha previsto indennità una tantum rivolte ai lavoratori autonomi.


Per evitare di affrontare certi argomenti solo in casi di emergenza è quindi giunto il momento di non rimandare più la costruzione di un moderno sistema di welfare anche per i lavoratori autonomi.

L’errore da non fare, però, è quello di pensare di allargare a questi lavoratori le tutele oggi presenti per il mondo del lavoro subordinato: le condizioni e quindi anche i bisogni di queste due categorie sono profondamente diversi, pertanto devono essere specifiche anche le eventuali prestazioni sociali da costruire. Oltre al tema del welfare, sta diventando di profonda attualità la questione di come riconoscere tutele economiche e contrattuali ai lavoratori autonomi. Anche in questo caso l’ipotesi di estendere tout court la contrattazione collettiva applicata ai lavoratori dipendenti alle cosiddette “partite iva” appare al quanto discutibile e probabilmente impercorribile.

Il mondo del lavoro autonomo è molto articolato e per certi versi disomogeneo: troviamo il lavoro autonomo permanente e quello transitorio, il mono committente e lo studio/impresa, il parasubordinato e il vero contratto d’opera. Quelli senza protezione e quelli iscritti agli ordini e quindi alle Casse, che godono di un welfare crescente e interessante. Un’eterogeneità non facilmente sottoponibile a una reductio ad unum, è importante quindi avviare un serio e profondo ragionamento su come il mercato del lavoro sia cambiato, di come i confini che delineavano i profili della subordinazione e dell’autonomia siano profondamente messi in discussione dalla realtà del mondo del lavoro. In quest’ultimo anno abbiamo assistito a spinte attraverso le quali il lavoro subordinato ha assunto profili più prossimi al lavoro autonomo, acquisendo elementi d’indipendenza, responsabilità, progettualità, slegando anche la propria attività da orari prestabiliti e quindi non misurando direttamente il proprio compenso al tempo messo a disposizione: in questo lo smartworking è un esempio.

Così di contropartita, il lavoro autonomo ha avviato un percorso sia normativo che fattuale verso il riconoscimento di maggiori tutele e certezze: non è infatti un caso che la legge 81/2017 preveda sia «misure a tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale» che una prima regolazione a favore del “lavoro agile”. Una legge ancora da attuare per molti versi, come spesso capita nel nostro ordinamento, per lentezza e per la mancanza di decreti attuativi, rimasti come al solito impantanati nel burocratese delle stanze ministeriali. Le stesse misure Covid hanno mostrato la difficoltà del policy maker d’intercettare il fabbisogno e il malessere del lavoro autonomo per il mindset tipico di chi ragiona avendo a riferimento il lavoro subordinato (vedi modalità di quantificazione degli aiuti).

Non è più tollerabile dividere il mondo in due categorie: tutelati e non tutelati. Il compenso, inteso come riconoscimento di professionalità e di dignità del lavoro, non può prescindere da aspetti legati alla previdenza, al welfare e alla formazione lungo tutto l’arco della vita lavorativa, questo vale per tutte le persone impegnate nel mondo del lavoro, ma ancora di più per un lavoratore autonomo. A questo può essere affiancato un welfare minimo pubblico e l’accesso alle forme di sostegno già presenti, ma da incentivare.

Next Generation EU e la prossima programmazione di fondi strutturali e d’investimento europei potranno costituire l’occasione per attivare misure di welfare to work per il lavoro autonomo. —

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