Contenuto riservato agli abbonati

Pavullo. Il racconto dell'elicotterista «I colpi hanno rotto il vetro dello sportello: fossi stato più in basso mi avrebbero ucciso»

Il pilota pavullese dell’elicottero preso a fucilate racconta l’episodio choc. Ieri nuovo sopralluogo della polizia Scientifica 

Pavullo. Uno spostamento di poche decine di centimetri e il pavullese Liberio Lavacchielli poteva non essere qui a raccontarla, la mattinata choc del 20 giugno in cui l’elicottero su cui volava assieme al sindaco di Capodimonte Antonio De Rossi è stato preso a fucilate. Dei quattro colpi andati a segno, due sono arrivati nella sua portiera, facendo crepare il vetro.

«Dei frammenti sono caduti all’interno dell’abitacolo – nota – sarebbe bastato pochissimo per fare entrare i colpi. Lo spostamento d’aria del rotore ha frenato la spinta dei colpi, ma se fossimo stati a una quota leggermente più bassa le cose sarebbero andate diversamente: sarebbero passati e mi avrebbero senz’altro ferito, con conseguenze inimmaginabili. Mezzo metro di differenza e mi centravano». Poteva restarci sul colpo, o comunque non essere più in grado di governare il mezzo, schiantandosi.



L’elicottero si trovava solo a 1.500 piedi, corrispondenti a 457 metri, perché era ancora in fase di salita dal decollo avvenuto 30 secondi prima. A un primo riscontro, i fori sarebbero compatibili con il calibro 22, che può arrivare fino a 1.500 metri. La zona (Capodimonte è un paesino sul lago di Bolsena nel viterbese) è frequentata da cacciatori quando la stagione è aperta: non si esclude che possa trattarsi di qualche esagitato che abbia preso in mano una carabina e abbia compiuto la follia di sparare magari perché infastidito dal rumore del grosso elicottero.

Con la consapevolezza di poter uccidere? Sarà tutto da accertare: ieri pomeriggio la polizia ha fatto nuovi rilievi aerei nell’area dell’atterraggio d’emergenza per esaminare la traiettoria dei colpi. E quindi risalire al responsabile. Da parte sua Lavacchielli, imprenditore ceramico 65enne che da tempo vive nel viterbese (anche se torna spesso a Pavullo a trovare il fratello Silvio e il resto della famiglia), non pensa ci fosse qualcuno che volesse ucciderlo: «No, non penso affatto a un attentato perché io non ho problemi con nessuno – sottolinea – credo che sia stato un matto che per chissà quale ragione ha tirato senza pensare alle conseguenze. Sparare a un elicottero è comunque una cosa da pazzi: si potevano anche solo danneggiare gli ingranaggi, poteva esserci un incendio nel serbatoio che porta 5 quintali e mezzo di kerosene… Non voglio pensarci».

C’è stata fortuna (illeso sia Lavacchielli che il sindaco), ma c’è stata anche l’abilità di un pilota che vola da 35 anni (è anche istruttore e collaudatore) e che ha saputo mantenere i nervi saldi nell’emergenza. E poi ha contato senz’altro la robustezza di un mezzo straordinario. Il Gazelle 341 è infatti un elicottero militare (capace di raggiungere i 340 km/h) che vanta solo pochissime versioni civili. Una di queste è l’esemplare bersagliato a Viterbo, appartenuto alla 7UP, società legata alla Pepsi. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA