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Modena. Zaccarelli: 60 anni tra gli ingranaggi del tempo

L’orologiaio di via del Taglio raggiunge un grande traguardo: iniziò con il padre «Si è perso un aspetto morale: il rispetto del cliente. Oggi conta l’apparenza»

Modena. «L’orologio più prezioso che ho mai riparato? Non ne ho idea. E non mi interessa. Per me sono tutti uguali, quando li riparo». Enzo Zaccarelli, 73 anni, è forse il più famoso orologiaio di Modena. Nonostante l’aria da finto burbero – un espediente per non interrompere continuamente il lavoro – è amatissimo dai suoi clienti. È l’immagine della sua professione: l’artigiano chino sul bancone della sua bottega piccola ma piena di orologi, in via del Taglio. Di lui si vedono solo la stempiatura e l’aggancio del monocolo che lo accompagna da una vita. Appena alza la testa, dal volto incorniciato dalla barba bianca parte uno dei suoi silenziosi sguardi fulminanti. Sguardi che impongono di non fare domande sciocche e di non far perdere tempo.

Uomo di pochissime parole, Enzo. Ma ogni sua parola è calibrata. Come i suoi orologi in riparazione che lo tengono da sessant’anni in un microcosmo di viti, ingranaggi e guarnizioni che sarebbero un incubo per chiunque. Un pianeta meccanico che scruta in silenzio grazie all’ingranditore del monocolo e col quale interagisce in silenzio afferrando rapidamente una vite appena visibile a occhi nudo e inserendola con un gesto preciso e infallibile. È difficile farlo parlare. Ci pensa sua moglie Liviana a trattare coi clienti. È lei che gestisce di fatto le attività del negozio dopo 47 anni di vita insieme, 33 dei quali di matrimonio. Per i sessant’anni di attività Enzo è stato festeggiato da sessanta clienti e amici al ristorante da Oreste in piazza Roma. «Ma dovevano venirne molti di più», aggiunge.

Zaccarelli, lei è modenese.

«Sì, nato in città nel 1947. Parrocchia di San Barnaba, centro storico. Però abitavo fuori dal centro».

Dove stava?

«Vicino a viale Barozzi. Da casa nostra si vedeva il muro di cinta dell’autodromo».

Poi le scuole.

«Elementari alle Pascoli, medie e la scuola di avviamento professionale al Corni».

Subito dopo ha iniziato da suo padre?

«Sì. Apprendista. Una condizione dura per tutti noi, da ragazzi. Le cose sono cambiate velocemente, per fortuna, ma non per tutti la situazione era uguale per diritti e soldi».

Era il 1961.

«Mio padre aveva la bottega sempre qui in via del Taglio, ma al 19. Era un orologiaio famoso. Aveva iniziato nel 1931, credo. Allievo di Boccolari, grande orologiaio modenese».

Sono cambiate tante cose da allora.

«Già. Sono cambiati i valori. Oggi uno è un bravo orologiaio non in funzione del suo lavoro ma delle marche che propone».

Il lavoro era diverso?

«Nell’attività di allora c’era un aspetto morale che oggi è difficile cogliere. Un orologiaio aveva il dovere di mantenere al meglio l’orologio affidato e conservare un buon rapporto col cliente. Oggi i clienti si interessano solo di marche e prodotti. Tutta apparenza».

Come si iniziava la professione?

«Non c’erano scuole. Si andava in famiglia o in bottega da un collega dei genitori».

Com’era suo padre come “padrone”?

«Severo. Ma lo era con tutti. C’era di peggio».

E il negozio?

«Il primo fu aperto nel 1951. Prima mio padre lavorava a casa. Nel 1970 ci siamo trasferiti qui. Nel 1977 mio padre è scomparso. Sono rimasto io».

Lei è anche il “custode” dell’orologio del Comune, in piazza Grande.

«Sissignore, da trent’anni. Per me è un onore. Anche un onere. Bisogna essere sempre pronti alle chiamate. Una volta sono dovuto tornare dalle vacanze. Prima dovevo andare ogni giorno a dare i venti giri di manovella per la carica giornaliera; oggi ci pensa una guardia giurata in Comune. È un impegno. In novembre, quando sono stato ricoverato in ospedale, l’ora è rimasta ferma per un mese».

Suo figlio?

«Pierre è ingegnere presso una ditta. Ha giustamente scelto la sua strada. Purtroppo la tradizione di famiglia finirà con me».

Un peccato.

«Non mi pongo il problema. Ho 73 anni e andrò avanti finché ce la farò. Non ho limiti temporali».