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Vignola, cocaina rubata dalla cassaforte: ex carabiniere condannato a 3 anni

L'ex capitano della tenenza dell'Arma è stato ritrenuto colpevole. Il pm Amara: «Non ci sono ipotesi alternative: è stato lui»  L’avvocato Ghini: «Manca l’assoluta certezza delle accuse» 

VIGNOLA. Tre anni di condanna per peculato e assoluzione per l’omessa denuncia di reato: è la sentenza emessa dal tribunale di Modena nei confronti dell’ex capitano dei carabinieri, Marco Montasso. Lo ha deciso il collegio giudicante (presidente Pasquale Liccardo, giudici Carolina Clò e Danilo De Padua) al termine di quasi due ore di camera di consiglio in cui hanno analizzato un caso in cui i colpi di scena non sono certo mancati. In ultimo, si ricorderà, il ritrovamento di una chiave di riserva che apre la cassaforte dei reperti sequestrati, rinvenuta attaccata sotto una scrivania ma della quale l’ex comandante Pio De Nardo non aveva relazionato la scala gerarchica. In sostanza quella chiave poteva essere stata utilizzata da tutti per prelevare la droga depositata.

L'ACCUSA. Una tesi, quest’ultima, che il pubblico ministero – dottor Giuseppe Amara – ha tentato di contestare nella sua discussione, conclusa con la richiesta di condanna a 3 anni e 6 mesi. «Nessuno l’ha toccata in tutti questi anni; nessuno poteva accedere all’ufficio del capitano senza autorizzazione; nessuno può aver sottratto dieci dosi di cocaina e averle sostituite con altrettante di infima qualità come ci ha riferito il perito. La mancata segnalazione del ritrovamento della chiave di riserva è stata un gesto di superficialità, è stato violato il dovere di fedeltà ma non cambia lo scenario.

LA DIPENDENZA DALLA DROGA. Il capitano Montasso, in quei giorni di settembre 2018, viveva una condizione precaria, come del resto ci hanno raccontato i suoi sottoposti a Vignola e il maggiore Picciolo, che comandava la Compagnia di Sassuolo e prese provvedimenti. Che Montasso usasse cocaina ce lo ha detto anche un altro teste, spacciatore certificato, a cui lui si era rivolto alcune volte. Possiamo dire che non è possibile trovare verità alternative, le ho cercate con altre indagini e riflessioni ma non esistono».

LA DIFESA. Chi ha invece provato ad insinuare il dubbio nei giudici è stato l’avvocato difensore, Roberto Ghini: «Non sono io a dover dire chi è stato a rubare quella cocaina, non ne ho gli strumenti né le competenze – ha detto – ma posso però porvi alcune valutazioni su cui tutti abbiamo dei dubbi. La chiave per aprire la cassaforte è a disposizione di tutti; nell’ufficio del capitano entravano tutti anche quando lui non c’era; lo spacciatore che viene preso come portatore di verità per quanto mi riguarda è invece una persona non così limpida. Montasso stava attraversando un momento difficile, ma come ha detto lo stesso pubblico ministero aveva un curriculum intonso e perfetto. L’ipotesi del furto e della sostituzione delle dosi è una suggestione, non vi è alcuna certezza né prova». Una difesa intensa, appassionata, che però non è bastata a convincere i giudici. —

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