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Modena. Cpc, l’eccellenza modenese che ha sottratto i giapponesi a Monaco di Baviera

Viaggio nella vecchia modelleria artigiana che oggi conta 820 dipendenti e produce componenti per auto da sogno, da Ferrari a McLaren e Maserat

MODENA La scritta, in stampatello nero su un piccolo biglietto incollato all’involucro, è molto chiara: “McLaren”. Spostandosi qualche metro più in là, c’è un biglietto più grande, questa volta scritto a pennarello, che riguarda una serie di confezioni: “Maserati”. Sbirciando dentro, si trovano componenti fondamentali di quei nomi altisonanti: alettoni, coperture dei motori, ma anche intere scocche. Tutto con un unico protagonista: la fibra di carbonio, materiale d’eccellenza che ha trasformato la piccola modelleria meccanica del quartiere Sant’Anna in un colosso da 820 dipendenti, con la prospettiva di superare i mille a breve e un “pacchetto” di clienti che comprende tutte le più grandi case automobilistiche internazionali.


Una fabbrica dei sogni che ha un nome preciso – Cpc – e che si trova in via del Tirassegno a Modena, nella zona artigianale distante poco più di due chilometri dal centro. Una piccola azienda nata nel ’59 e poi trasformata per seguire le evoluzioni del mondo delle auto, fino a diventare punto di riferimento mondiale per la produzione di parti delle auto in fibra di carbonio. Un materiale che poi finisce nei telai e nelle componenti – scocche, alettoni, coperture dei motori – di migliaia di auto da sogno, dalla Maserati Mc20 alla Tesla Model S. E dopo aver terminato una prima fase di ampliamento, l’azienda amministrata da Franco Iorio, 61enne modellista meccanico diplomato all’istituto Corni di Modena, ha aperto le sue porte alla Gazzetta, che ha potuto visitare l’interno dello stabilimento insieme al sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli.


Ma oltre a realizzare parti fondamentali di auto a marchio Ferrari, McLaren, Lamborghini e Maserati , negli ultimi anni l’azienda ha conquistato anche il colosso giapponese Mitsubishi, che dopo aver rilevato il 44% della società nel 2017, ora ha in programma l’apertura di uno stabilimento europeo per l’assemblaggio della materia prima. Per la Cpc e per l’economia emiliana si tratta di una doppia vittoria, perché la scelta dei giapponesi era inizialmente caduta su Monaco di Baviera, ma alla fine sarà proprio Modena a ospitare lo stabilimento europeo di Mitsubishi: nel progetto di ampliamento dell’azienda di via del Tirassegno, infatti, ci sarà posto anche per un edificio interamente dedicato al gruppo di Tokyo. «Nella sede modenese – spiega Iorio – i nostri partner assembleranno la fibra di carbonio con la resina».


Un progetto per cui entro l’estate arriveranno i primi finanziamenti dal Giappone, e che entro il 2023 poterà l’azienda di via del Tirassegno ad assumere altre 500 persone, raggiungendo così i 1.350 dipendenti, mentre nell’area sorgeranno altri 80mila metri quadrati di capannoni. A proposito di auto del futuro, una delle prossime supercar che saranno realizzate in via del Tirassegno è la Lotus elettrica, la Evija, la cui produzione partirà da ottobre, mentre per McLaren si partirà con la realizzazione del modello “Senna”. Nel frattempo, accanto alla storica sede è ormai pronta la torre in vetro da dieci piani entrata a far parte dello skyline di Modena: «L’abbiamo costruita per ospitare gli uffici amministrativi e le aree tecniche – riprende l’amministratore delegato – ma anche per dare lustro alla zona, perché noi siamo sempre stati legati alla nostra città».


Così, 62 anni dopo la fondazione di quella modelleria meccanica, Iorio guida una realtà che tra le quattro sedi – oltre a quella di via del Tirassegno ci sono Bomporto, Camposanto e una sulla via Emilia – ha raggiunto 820 dipendenti, con la prospettiva di passare a 1.350 entro il 2023. Una bella evoluzione per una realtà che solo nel ’90, all’arrivo di Iorio, di dipendenti ne contava 15, mentre la produzione era ospitata da due piccoli capannoni. Una progressione che ha portato a raggiungere i 160 dipendenti nel 2014, raddoppiando nel giro di un biennio, dal momento che nel 2016 i lavoratori di via del Tirassegno erano già diventati 300. E tra due anni, con l’arrivo dei giapponesi, i dipendenti arriveranno a essere 90 volte quelli della piccola modelleria che nel ’59 inaugurò i due capannoni con l’insegna gialla, che oggi è ancora orgogliosamente visibile in via del Tirassegno.—