Modena. Viale Gramsci, quando un pasto non si nega mai

In viale Gramsci e dintorni la solidarietà è… d’asporto. Una collaborazione tra Caritas e Comune, associazioni e negozi sta permettendo a famiglie in difficoltà di entrare in relazione con volontari formati.

MODENA In viale Gramsci e dintorni la solidarietà è… d’asporto. Una collaborazione tra Caritas e Comune, associazioni e negozi sta permettendo a famiglie in difficoltà di entrare in relazione con volontari formati. La condivisione di un pasto diventa un modo per scoprire gli altri, riscoprendo sé stessi. «Il criterio di scelta dei nuclei beneficiari del progetto non è stato primariamente la loro condizione d’indigenza – spiega don Graziano Gavioli, parroco della chiesa San Giovanni Evangelista – bensì la situazione di povertà relazionale e d’isolamento sociale».


La Caritas della parrocchia e i Servizi sociali del Polo 2 sono entrati in contatto con diciassette persone, appartenenti a otto nuclei familiari. «I volontari che consegnano il pasto hanno l’obiettivo di stabilire con i destinatari una relazione di amicizia e fiducia – prosegue il sacerdote – che col tempo incoraggi le persone ad uscire di casa per partecipare al pasto in presenza». Una presenza che assume un sapore diverso grazie alla condivisione e al sentirsi parte di un gruppo più ampio. «Le coppie volontario-beneficiario non sono fisse, ma ruotano ogni quattro consegne – aggiunge don Gavioli – Ciò permette di creare una vera rete di relazioni aperta al gruppo, evitando di veder nascere rapporti esclusivi. Lo scopo del progetto, a lungo termine, sarà infatti quello di ritrovarci a tavola insieme, volontari e beneficiari».


L’insieme che aggrega è evidente dalla scelta delle persone da includere nella rete. Le segnalazioni possono arrivare da diversi canali: il centro d’ascolto della Caritas parrocchiale, i Servizi sociali comunali, le associazioni del territorio. Una serie di fonti tanto che il sacerdote tiene a ringraziare tutti per il supporto. «Nel progetto partecipano attivamente membri di Anpi, Spi-Cgil, Modena Eagles, Alchemia, Tefa Colombia, Amici della Darsena, Rifondazione Comunista, parrocchia san Giovanni Evangelista, membri delle comunità cattoliche filippina e africana francofona – elenca don Gavioli – Abbiamo l’adesione del gruppo scout Agesci Modena 4, Comitato Civico di viale Gramsci, Casa della Solidarietà e Zeroincondotta». Senza dimenticare il Ceis (capofila del progetto) e il supporto tra i fornelli.


«In cucina vantiamo la supervisione dello chef Sgarbi della Dispensa d’Italia – prosegue il sacerdote – Anche i volontari che si sono avvicendati ai fornelli hanno lavorato sodo, ma sempre col sorriso e hanno proposto con fantasia piatti provenienti da diverse culture del mondo». Multiculturale risulta l’apporto delle attività che sostengono la solidarietà d’asporto. «Sono rimasto molto colpito anche dalla generosità dei negozianti e dei ristoratori del territorio – ringrazia il parroco – La boutique dei sapori, Al Halal, Mini Market Meridionale, Pinseria Tantaroba e Cherif ci stanno sostenendo nonostante anche per loro questo sia un momento critico. Anche l’Ecu La Fonte di Serramazzoni da lontano crede in noi. Un grande conforto infine è stato l’aver trovato nel Quartiere 2 tanto sostegno e sensibilità per questo genere d’iniziative».


Un valore aggiunto del progetto si rivela la formazione, condotta a livello accademico. «Abbiamo già svolto un ciclo di formazione online grazie alla grande disponibilità del professor Vezzali e della dottoressa Cocco di Unimore, esperti in psicologia sociale – ribadisce il sacerdote – molto impegnati sul fronte della riduzione dell’esclusione sociale e del pregiudizio. È una formazione innovativa: tutti i partecipanti al progetto, sia volontari sia beneficiari, sono stati considerati come un unico grande gruppo. In tal modo, si è cercato di uscire dal classico assistenzialismo per promuovere la coesione di gruppo e a facilitare il coinvolgimento dei beneficiari nel corso del progetto».


La consegna del pasto precorre quindi la condivisione sulla stessa tavola senza etichette quali “beneficiario” o “volontario”. «Grazie all’incontro con l’altro le persone sono aiutate a vedersi con uno sguardo diverso – conclude don Gavioli – È più facile riacquistare fiducia in sé stessi e magari scoprire di avere qualità e risorse prima ignorate. Condividere un pasto alla stessa tavola con dei buoni amici ha un grande valore rigenerante e terapeutico per la vita di chi