Contenuto riservato agli abbonati

L'anniversario. I modenesi al G8 di Genova/ «I diritti erano sospesi e alla Diaz fu mattanza»

«Riuscimmo ad entrare e fotografare tutto Non sapevamo ancora nulla di Bolzaneto»

Venti anni dopo il G8 di Genova, venti anni di ricordi, accuse, processi, battaglie di legalità e per rivendicare diritti che in quei giorni furono sospesi. E in quel luglio 2001 l’avvocato modenese Fausto Gianelli era là, tra la gente. Come era davanti alla scuola Diaz durante la macelleria messicana effettuata dalla polizia; come poi è tornato più e più volte per seguire i processi in qualità di avvocato penalista e attivista di sinistra. Ecco il suo racconto del G8 del 2001.

IL LEGAL FORUM


«Il 15 luglio 2001 sono arrivato a Genova per partecipare all’organizzazione del Genoa Social Forum. Si sapeva che sarebbe stato un evento grosso. Erano attesi capi di governo di tutto il mondo con George W. Bush. Erano attesi tanti manifestanti e il clima era già frizzante perché poco prima si era alzata la tensione dopo che alcuni sindacati di polizia avevano detto che i manifestanti stavano preparando aggressioni con armi, avrebbero lanciato addirittura palloncini infetti di sangue con l’Aids, che sarebbero stati aggrediti... Insomma, ripetevano che sarebbe arrivata un’orda feroce. Io e un gruppetto di avvocati di Giuristi Democratici decidemmo di organizzare un pool legale. Non ci aspettavano processi. Volevamo solo andare in piazza a controllare quello che succedeva durate le manifestazioni e le interposizioni pacifiche e documentare eventuali abusi che immaginavamo molto minori».



Si chiamava Genoa Legal Forum, detto anche Legal Team. «Si presentarono in pochissimi. Giovedì, per la grande manifestazione per i migranti, eravamo in campo otto in tutto. Domenica diventammo 18. Oltre a partecipare a meeting e riunioni, decidemmo di andare alle manifestazioni per tutte le tre giornate. Indossavamo delle pettorine gialle con scritto Legal Team e il numero di telefono. Improvvisammo un centralino alla scuola Pascoli, di fronte alla Diaz dove avverrà la “macelleria messicana” e che allora era solo dormitorio. Alle Pascoli c’eravamo noi e Indymedia. Ho partecipato alle manifestazioni».

LE TRE GIORNATE

«Giovedì, alla manifestazione per i migranti, sono accadute cose di poco rilievo. Eravamo sereni. Poi è arrivato venerdì, il giorno della malora e della morte di Carlo Giuliani. Io e il collega Vitale siamo andati al Carlini.

In quello stadio c’era un grande dormitorio a cielo aperto, pieno di sacchi a pelo dove dormivano tutti: dalle Tute bianche disobbedienti di Luca Casarini a tanti modenesi con l’Arci. Alla mattina usciamo con il corteo. Mentre scendiamo lentamente la città, mi accorgo che sta cambiando l’aria. Accadevano cose strane. Mi avvisano che in varie piazze arrivano i Black bloc, con sampietrini e carrelli. Davanti alla polizia immobile spaccano tutto. Poco dopo mi avvisano che le forze dell’ordine stanno caricando dei manifestanti pacifici. Mi richiamano da piazza Manin, dove c’è la rete Lilliput, i più buoni e pacifici di tutti. Sono lì coi boyscout e padri comboniani a un sit-in e ci mettono in guardia.

Il mio corteo parte, sono davanti e seguiamo il tracciato autorizzato sino a un sottopasso dove diventava Zona Rossa. Mancano 400 metri al punto finale e all’improvviso veniamo caricati. Tirano i lacrimogeni, li rimandiamo indietro. Guardo la mappa che ho in mano, è stampata a colori e indica che mancava mezzo chilometro alla Zona Rossa. Avanziamo. Poi, noi fermi e lo schieramento dei carabinieri che picchiano i bastoni sugli scudi e caricano il corteo, almeno 5mila persone. È il delirio. Manganellano a caso. Partono gli autoblindo a inseguire singoli manifestanti in via Tolemaide. Va avanti così per 40 minuti. Come la corsa dei tori di Pamplona. Chi cade è malmenato.

Il collega Vitale dice di essere un avvocato e uno lo randella in testa provocando una frattura cranica da dodici punti di sutura. Verrà risarcito dallo Stato, ma il poliziotto non sarà mai identificato. A quel punto in strada resto l’unico avvocato e non so cosa fare. Picchiano tutti senza pietà. Corro via. Al cellulare mi avvisano dei casini ovunque. Picchiano prima che neppure un manifestante del corteo avesse fatto nulla. Neanche un cassonetto ribaltato. Ognuno scappa dove può. Dopo un falso allarme, mi dicono che hanno sparato a un ragazzo italiano a piazza Alimonda. È a 40 metri. Arrivo. La scena è finita. Le camionette e gli agenti circondano il ragazzo a terra nel sangue. Poi arriva l’ambulanza e lo portano via.

Torniamo mogi al Gasilini. Ho paura. C’è gente con esperienza all’estero e dice che la situazione è precipitata. Decido di farmi ospitare da un collega di Genova. Non è più prudente dormire allo stadio coi ragazzi. Il giorno dopo c’è il terzo corteo. Di cosa succederà, oggi si sa tutto, ma io ho visto poco. Violenze di ogni genere. Gli avvocati tornano alle loro città».

SCUOLA PASCOLI

«Sabato pomeriggio solo io resto a Genova, ospite del collega. Passiamo il pomeriggio alle scuole Pascoli col Legal Forum. In quelle ore vagliamo tutto il materiale che documenta le violenze delle forze dell’ordine. È tantissimo. Per la prima volta, al G8 i manifestanti giravano coi cellulari e scattavano e filmavano scene di violenze. Ci portano di tutto e altro materiale ce lo fornisce Indymedia. Il Legal Team è invaso di documenti. Abbiamo appena messo tutto su tre computer. Ma i ragazzi hanno paura. A questo punto l’avvocato Menzione, il più esperto, ci fa salvare tutto in copia sui floppy. Teme che la polizia ci sequestri tutto».

Alla sera arriverà la “mattanza” della Diaz.

«La Diaz è una vicenda avvenuta in parallelo alla Pascoli. Ma la polizia prima è venuta da noi. C’è una diretta radiofonica di Indymedia coi ragazzi che fanno la cronaca dell’irruzione e dicono di tenere le mani alzate proprio in segno di pace e di resa. La polizia li raggiunge ma non arresta e non picchia nessuno. Gli agenti però prendono i computer. Poi salgono da noi al piano superiore. Ma noi in quel momento siamo fuori a cena. Davanti alle due centraliniste spaccano i computer a manganellate e portavo via i dischi fissi. Per fortuna quattro ore prima era stato tutto copiato su floppy e affidato a un collega che ha custodito con cura tutto. Sarà il materiale col quale faremo i processi. Le ragazze ci avvisano, torniamo di corsa e a metà del tragitto al cellulare altri ci avvisano che stanno entrano alla Diaz».

la DIAZ

“Dicevano: “Venite, c’è un massacro!” Arriviamo quando la polizia è ancora dentro e si sentono le botte e le urla. La retata è in corso e noi siamo fuori. Scattiamo foto e filmiamo. Poi assistiamo alla scena della polizia che esce serenamente. Gli agenti sono tutti a volto travisato dalle bandane. Si portano via i manifestanti grondanti di sangue. Ma la polizia commette una leggerezza. Quando finisce l’operazione di violenza, uscito l’ultimo agente, nessuno mette fascette all’ingresso. Entriamo alla Diaz. Un ragazzo di Indymedia scrive il famoso cartello: “Non lavate via il sangue”. Bisogna lasciarlo lì, il sangue: è la prova delle violenze. Scattiamo foto e raccogliamo campioni. Ci preoccupiamo che non sia spostato niente. C’è sangue dappertutto: per terra, sui termosifoni e sui muri. Il primo a entrare, un collega di Torino, scivola nel sangue e cade. Siamo quattro avvocati e raccogliamo di tutto. Sono le prove, dobbiamo fare in fretta. Ci metteremo un’ora e mezza per scattare, analizzare, guardarci intorno, ispezionare la scuola e iniziare a farci un’idea iniziale di quanto è avvenuto in quella serata, dall’irruzione della polizia fino ai pestaggi delle persone che avrebbero dovuto dormire all’interno di quella scuola».

LE INDAGINI

«Alle sei di mattina chiamiamo il pm di turno e gli diciamo che alla Diaz c’è stato un massacro. Spieghiamo che abbiamo le foto. Il pubblico ministero non sa niente. Dice che manderà la polizia. Ma gli agenti non arrivano. L’indomani, prima di andare in procura a presentare denuncia, c’è la conferenza stampa in questura. In tivù fanno vedere spranghe, picconi e molotov. La polizia dice che la retata alla Diaz era contro i Black Bloc: sono intervenuti senza mandato giustificati dal fatto che c’erano armi da guerra (le due molotov) e i ragazzi avevano fatto resistenza. Da questi elementi partiranno tutti i processi. Solo dopo emergerà da un testimone che le molotov le aveva trovate lui in corso Italia e le aveva date al commissariato. Di qui le condanne per falso. I picconi e le spranghe erano stati presi dalla polizia quella mattina da un cantiere vicino. È un tentativo di depistaggio. Altre condanne. Ma nessuno viene condannato per le violenze alla Diaz nonostante foto e filmati. Gli agenti che picchiano sono travisati, nessuno è identificabile. I ragazzi saranno assolti e risarciti ma nessuno poliziotto ha mai pagato. E quando abbiamo chiesto al questore la lista degli intervenuti, parliamo di 212 agenti armati, la polizia ha detto che non aveva i nomi. Il prefetto era Arnaldo La Barbera, l’agente segreto del Sismi responsabile anche del depistaggio Falcone-Borsellino. Era stato chiamato a Genova per gestire l’operazione Diaz. È morto evitando il processo. Nessuno è stato condannato per quelle violenze».

BOLZANETO

«Domenica iniziamo a concentraci sui futuri processi. Pensiamo che quanto avvenuto alla scuola Diaz sia il peggio che dovremo affrontare. Non sappiamo ancora niente di Bolzaneto e di ciò che scopriremo nei giorni e nei mesi successivi. Avevano arrestato dei ragazzi, ma pensiamo che siano detenuti in carceri normali in attesa di essere sentiti da un giudice come garanzia. La mattina dopo, finita la conferenza stampa in tivù, veniamo a sapere che molti arrestati sono invece spariti. Andiamo in delegazione dal procuratore capo di Genova Francesco Meloni. Siamo cinque avvocati. Gli diciamo che vogliamo incontrare i nostri assistiti, ma non si sa dove sono. A quel punto Meloni ci esibisce un suo ordine che fino a quel momento era sconosciuto a tutti. In deroga al diritto di incontrare il proprio difensore, ne prevede la sospensione con decreto motivato. Ci fa vedere il provvedimento in facsimile e ci dice che non abbiamo diritto di incontrali. Ci dice che non gliene frega niente di noi e delle nostre rivendicazioni. Aveva firmato il decreto prima dell’inizio del G8. Gli diciamo che sta facendo una cosa illegale. Oltretutto, il suo modulo era in bianco, un abuso palese. Il suo è un provvedimento illegittimo. Poi scopriamo che alcuni ragazzi sono stati portati nel carcere di Bolzaneto, altri in altri istituti penitenziari (Alessandria e Voghera) dove sono trattati molto meglio. Il collega Dario Rossi va a Bolzaneto e ci fa sapere che il provvedimento del procuratore vale per tutti: non possiamo vedere nessuno. Replichiamo che non possono interrogarli senza avvocato. Si sentiva puzza di metodi cileni. Poi, finalmente, con le convalide andiamo davanti al giudice. E i ragazzi di Bolzaneto arrivano malconci. Capiamo che sono stati tutti torturati. Tutti. Nessuno è indenne. Li portiamo immediatamente a refertare al pronto soccorso e facciamo le denunce. Da lì nasce il caso Bolzaneto e poi il processo. Fin dall’inizio Bolzaneto fu pensato come caserma di torture e pestaggi. Fu fatto a tavolino. Nessuno ha perso la testa, nulla è stato casuale. Il medico responsabile, condannato, aveva il compito di verbalizzare che i ragazzi non avevano subito nulla. Nessuno si astenne da questo progetto, tranne un infermiere che dirà di provare qualche senso di colpa». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA