Violenza in carcere: «Anche a Modena c’è stato un vero pestaggio»

Rivolta e morti in carcere, detenuto al Sant’Anna scrive una lettera al ministro Cartabia: «Rompete il muro dell’omertà»

«Molti detenuti, alcuni in palese stato di alterazione probabilmente dovuto all’assunzione di farmaci, furono violentemente caricati e colpiti al volto con manganellate usando anche i “tondini in ferro pieno” che si usano per effettuare la battitura nelle celle. Alcuni di questi a cui non fu dato nessun supporto medico morirono nel giro di pochi minuti». È un passaggio di una lettera scritta da C.C., che si qualifica come uno dei reclusi nel carcere di Modena durante la rivolta dell’8 marzo 2020, alla ministra della Giustizia Marta Cartabia.

Nel documento manoscritto in stampatello letto dall’agenzia Agi, C.C. chiede alla Ministra di intervenire per «rompere il muro dell’omertà». Sui presunti pestaggi nel penitenziario San’Anna è in corso un’ inchiesta, mentre il 17 giugno scorso ne è stata archiviata un’altra, sempre relativa a quella protesta, che era stata aperta con le ipotesi di reato di omicidio colposo plurimo e morte come conseguenza di altro reato.


Il detenuto che ha scritto al Ministro Cartabia sulla rivolta in carcere di Modena dell’8 marzo 2020 ha parlato anche di pestaggi durante il suo trasferimento insieme ad altre persone nel carcere di Ascoli Piceno e successivi alla morte di Salvatore Piscitelli (sempre nel penitenziario marchigiano), il 40enne detenuto “attore” dal cui decesso è originata la prima delle indagini sulle 8 persone morte in seguito alle proteste. In particolare, riferisce a Cartabia di «una spedizione punitiva» effettuata «cella a cella» da «una squadretta di una decina di agenti».

C.C. è stato sentito come persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Modena dopo avere presentato un esposto il 20 novembre del 2020. Nella lettera di sei pagine, afferma di essersi trovato «coinvolto seppure in maniera passiva» nella rivolta scoppiata in carcere e «di avere assistito ai metodi di intervento messi in atto dagli agenti della casa circondariale dopo che i detenuti si erano consegnati spontaneamente. Metodi che consistevano in veri e propri pestaggi effettuati tra le due porte carraie e in una sala adiacente alla caserma agenti. Il pestaggio avvenne in uno stanzone dopo che tutti ci eravamo consegnati, dopo che eravamo stati ammanettati e privati delle scarpe». «La morte dei detenuti - prosegue - fu successivamente classificata come morte d’overdose dovuta ad assunzione di farmaci, la mia domanda personale è: se non fossero stati picchiati al volto e fossero stati condotti in ospedale sarebbero morti?». —