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Modena, «Il dipendente rifiuta di vaccinarsi? Va sospeso per la salute collettiva»

Il tribunale respinge il ricorso delle due fisioterapiste della Rsa: «Prevale la solidarietà sul lavoro»

MODENA. Se il lavoratore non vuole vaccinarsi, l’azienda può temporaneamente sospenderlo dal lavoro e non retribuirlo. Al di là delle disposizioni governative più recenti, la motivazione è legata alla prevalenza della salute pubblica sull’interesse economico. E per salute pubblica si intende quella dei colleghi, dei clienti o utenti, soprattutto se si tratta di anziani degenti, oltre a quella di chi non si vaccina.

Lo ha stabilito il Collegio del Tribunale respingendo la richiesta di annullare il provvedimento di sospensione cautelativa dal servizio e dalla retribuzione che, come anticipato dalla Gazzetta a inizio luglio, aveva deciso il giudice del lavoro Edoardo Martinelli. A presentare il nuovo provvedimento erano state sempre le due fisioterapiste della cooperativa Alfa che lavorano per la Casa residenza anziani Guicciardini di Modena e si ritengono danneggiate a livello economico per il loro rifiuto di vaccinarsi.

Le tappe. Lo scorso dicembre, quando la vaccinazione doveva ancora iniziare, avevano partecipato a una riunione della cooperativa terminata con la consegna del modulo di consenso informato. Entrambe avevano restituito il modulo sottoscrivendo il diniego. Alla loro richieste di conoscere i rischi delle vaccinazioni, non avevano avuto risposta. Così avevano reso noto che avrebbero continuato a fare fisioterapia sugli anziani usando la mascherina fornita dalla cooperativa. Ma a fine gennaio l’azienda ha consegnato a entrambe il provvedimento di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione «sino a effettuazione completa della vaccinazione anti Covid-19».

Così si sono rivolte al giudice del lavoro. Che però ha dato loro torto ricordando che esiste «un dovere solidaristico a scapito del prestatore d’opera implicante “precisi doveri di cura e sicurezza per la tutela dell’integrità psico-fisica propria e di tutti i soggetti terzi con cui entra in contatto”».

Le due fisioterapiste si sono così rivolte al collegio lamentando la perdita di quattro mesi di stipendio. Ma anche il Collegio, presieduto dal giudice Emilia Salvatore, rifiuta l’annullamento del provvedimento di sospensione. In ballo, spiegano i giudici, c’è la salute nell’ambiente di lavoro e, in questo caso, di cura.

«Il datore di lavoro scrivono – si pone garante della salute e della sicurezza dei dipendenti e dei terzi che per diverse ragioni si trovano nei locali aziendali».

Dopo che la Ue nel 2020 ha incluso il Covid tra gli agenti biologici dai quale è obbligatorio proteggersi anche sul lavoro, «non basta più – scrivono i giudici di Modena – l’uso delle mascherine, come invocato dalle due ricorrenti. Così come il datore di lavoro non è più tenuto a fornire al lavoratore informazioni sui rischi e i benefici della vaccinazione trattandosi di informazioni ormai notorie».

In campo socio-sanitario, poi, ci sono ragioni ancora più forti: «A fronte del principio di solidarietà collettiva, gravante sulla generalità dei consociati (compresi i lavoratori), deve ritenersi legittima la scelta datoriale che, nel contemperare i suddetti principi, disponga la temporanea sospensione dal lavoro e dalla retribuzione del dipendente, in luogo dell’interruzione del rapporto di lavoro (tutelato dalla Costituzione), per preservare l’incolumità degli utenti della struttura sanitaria e del personale dipendente (compresa la salute del lavoratore attinto dal provvedimento di sospensione). Trattasi di misura connotata da una evidente finalità precauzionale, in quanto diretta a prevenire la diffusione del contagio all’interno della Rsa».

Perciò «la mancata vaccinazione, pur non assumendo rilievo disciplinare, comporta conseguenze per la valutazione oggettiva dell’idoneità alle mansioni». Quanto ai vaccini, “allo stato attuale non vi sono evidenze scientifiche che comprovino la loro inadeguatezza e il rischio di danni irreversibili a lungo termine”. —

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