Innovazione in Emilia Romagna/ Il mondo delle start up. «Vogliamo rendere la regione un territorio in grado di attirare eccellenze inespresse»

Da due anni Giovanni Anceschi è presidente di Art-Er, società partecipata che si occupa dello sviluppo del territorio

BOLOGNA. «Questo report rappresenta la prima analisi organica sul fenomeno, lo stato dell’arte su numeri, tipologia, ambiti di settore, valore della produzione, posti di lavoro creati dalle start up che dal 2013 sono nate e hanno operato in Emilia-Romagna».

Giovanni Anceschi è da due anni il presidente di Art-Er, società partecipata dalla Regione Emilia-Romagna (nata dalla fusione di Aster ed Ervet) e che si occupa dal 2019 di sviluppo economico del territorio, ricerca industriale, innovazione e trasferimento tecnologico. Il fenomeno start up nel tempo, ci dice, si è assestato e consolidato: «Potremmo dire che è maturato – spiega Anceschi, ingegnere, 31 anni, head of innovation di Ammagamma, ex start up innovativa modenese attiva nel Data management e che fornisce modelli matematici innovativi al servizio dell’efficienza e della sostenibilità delle imprese – e le dimensioni medie delle imprese sono aumentate. Non esiste il fenomeno start up senza un ecosistema dell’innovazione e senza la capacità di città e territori di creare luoghi in grado di favorire la cultura innovativa di cui queste imprese sono portatrici.

Questo è stato l’impegno di Art-Er negli ultimi dieci anni: creare le condizioni infrastrutturali e culturali per rendere l’Emilia-Romagna un territorio in grado di intercettare capacità imprenditoriali ed eccellenze ancora inespresse, soprattutto nell’ambito delle Università e dei centri di ricerca. Mettendo insieme università, investitori, acceleratori e incubatori per affiancare e sostenere al meglio chi fa impresa innovativa – dice – si dà un contributo anche alla competitività, al miglioramento della produttività, alla crescita e alla internazionalizzazione dell’economia regionale».

«Il ruolo degli acceleratori come il Motor Valley Tech nato dalla sinergia di Cassa Depositi e Prestiti-Unicredit e Fondazione di Modena per ciò che riguarda l’automotive è importantissimo – continua Anceschi – e consente di aumentare le relazioni con territori di eccellenza, ad esempio la Silicon valley, a cui si guarda sempre come a un esempio da seguire. Pensiamo poi a ciò che si sta realizzando al Tecnopolo di Bologna con la Data Valley regionale e i supercomputer del Centro Meteo Europeo e alla presenza a Modena del Centro diretto dalla professoressa Cucchiara (il Centro di ricerca internazionale in Visione e intelligenza artificiale e relativa Artificial intelligence academy del dipartimento di Ingegneria dell’Università di Modena e Reggio, ndr). La nostra regione sicuramente può svolgere un ruolo di traino del Paese».

Ovviamente il report di Art-Er (ne parliamo nell’articolo a sinistra, ndr) che si ferma a dicembre 2019 mette in evidenza anche alcune ombre del fenomeno, emerse tra Piacenza e Rimini: certamente la sottocapitalizzazione delle start up regionali è un problema, come il fatto che ci sia una grande frammentazione nella compagine societaria di queste realtà. «Ma qui scontiamo un’arretratezza italiana, un mercato del venture capital che è indietro rispetto all’Europa – prosegue Anceschi – e anche i pochi investimenti pubblici in questo campo.

La stessa scarsa presenza femminile è uno dei temi dove c’è bisogno di un cambio di passo, così come l’ancora bassa occupazione prodotta. Qui però sono i policy maker a dover intervenire». Due terzi delle start up regionali operano nel settore dei servizi alle imprese, un terzo di queste specificamente nella produzione di software e nell’informatica, dove la domanda di innovazione è altissima.

E in questi settori la presenza di donne nelle aziende, così come negli atenei e nella ricerca, è ancora abbastanza bassa, anche se in crescita. Serviranno anni per veder diminuire il gap di genere, oggi nelle compagini societarie delle start up siamo a un rapporto maschi-femmine di sei a uno. —

G.M.

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