Lambrusco e turismo Medici Ermete chiede un’alleanza per il territorio

Nel 2019 la cantina ha ospitato più di 10mila persone «Portare il mondo in Emilia è il nostro motto»

REGGIO EMILIA Nel 2019, prima che la pandemia sconvolgesse le nostre abitudini, Medici Ermete ha ospitato oltre 10mila persone per eventi e degustazioni. La “Tenuta La Rampata” di Montecchio è il fulcro della hospitality aziendale. Si tratta di una costruzione risalente all’Ottocento immersa nel verde dei vigneti lungo la vallata del fiume Enza. La tenuta ospita l’Acetaia (dove viene prodotto Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia Dop), il museo del vino e un centro polifunzionale.

«Il primo obiettivo è quello di tornare ai livelli pre-Covid e contiamo di farlo entro il 2022», dice Alessandro Medici, esponente della quinta generazione della famiglia. Ma la progettualità dell’azienda è molto più ampia. «Crediamo nelle potenzialità di questo territorio. Non basta porta l’Emilia nel mondo, la nostra azienda dal 2001 si è posta l’obiettivo di portare il mondo in Emilia. Per questo, vogliamo dialogare in modo più intenso con le istituzioni, le strutture ricettive, i produttori eno-gastronomici, per strutturare una proposta turistica articolata. Reggio Emilia ha varato quest’anno il primo piano strategico del turismo e noi vogliamo partecipare a questo dibattito. Siamo nella food valley e il turismo eno-gastronomico è un’occasione importante per valorizzare il territorio».


Medici Ermete riveste un ruolo importante nella storia del Lambrusco emiliano. Non solo perché essendo nata nel 1890 è la seconda cantina più antica in Emilia (dopo la modenese Cleto Chiarli, 1860) ma soprattutto perché è stata tra le protagoniste del rilancio del nostro vino dopo la crisi di immagine degli anni ’80.

Se oggi le bollicine emiliane sono tornate a essere grandemente considerate, lo si deve anche alle scelte di questa famiglia. «Negli anni ’70, negli Stati Uniti avevamo assistito al boom del Lambrusco ed è importante sottolineare come sia stato, insieme al Chianti, tra i primi vini italiani a essere esportati – dice Alessandro Medici –. Nel 1988 le vendite per l’intero comparto emiliano crollarono a seguito di una sempre maggiore proposta produttiva in termini di quantità e non di qualità. Nasceva infatti il Lambrusco dolce, un prodotto industriale venduto a prezzi bassi, che in pochi anni distrusse il buon nome del Lambrusco». Due anni prima, la truffa del metanolo, che ebbe il suo epicentro in Piemonte, aveva gettato discredito su tutto il settore vitivinicolo italiano.

Proprio in quel periodo entrò in azienda la quarta generazione della famiglia Medici costituita da Alberto e Pierluigi Medici. Poco più tardi si aggiunge Alessandra, oggi responsabile dell’area hospitality. «In quel periodo si decise di stravolgere il metodo di produzione del Lambrusco. Vennero ripiantati i vigneti e abbassate le rese in vigna di un 35% rispetto al disciplinare (attraverso un sistema di potatura chiamato cordone speronato). Da questa filosofia pionieristica nacque così nel 1993 il “Concerto” un Cru di Lambrusco Salamino».

I riconoscimenti non tardarono ad arrivare. «Nel 2008 il New York Times pubblicò un articolo, “The Lambrusco renaissance”, dove Medici Ermete era citato. Secondo il nostro importatore di allora, da quel momento gli americani sono tornati a bere Lambrusco di qualità. Poi nel 2010 la guida del Gambero Rosso diede i “tre bicchieri” al nostro Concerto e al “Vecchia Modena” di Cleto Chiarli. Fu la prima guida a premiare un Lambrusco. Poi sono arrivate tutte le altre, compreso Wine Spectator».

Il nostro vino da allora ha riguadagnato credito a livello nazionale e internazionale. Gli investimenti in vigna e in cantina hanno contribuito ad aumentarne la qualità. Si tratta di un patrimonio da non disperdere e sul quale puntare nel post-Covid. —

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