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Modena, lo studio: «Covid, le donne incinte “spazzano” via l’infezione»

Studio modenese di rilievo internazionale pubblicato su Nature Communications Il prof. Facchinetti: «In gravidanza il corpo si protegge meglio dalla malattia»

MODENA Le donne in gravidanza sono più protette dal Covid.

A certificarlo uno studio tutto modenese che è stato pubblicato su una delle più importanti riviste scientifiche al mondo, Nature Communications. Sotto la guida dei professori Fabio Facchinetti e Andrea Cossarizza, i ricercatori modenesi Sara De Biasi, Domenico Lo Tartaro e Lara Gibellini hanno identificato i meccanismi molecolari e cellulari che il sistema immunitario delle donne gravide attiva per tenere sotto controllo l’infezione da Sars-CoV-2.


Lo studio è molto complesso e ha utilizzato una nuovissima tecnica di analisi messa a punto insieme al gruppo americano di Andrew Quong e Clare Rogers della Fluidigm di San Francisco. Tale metodo permette l’identificazione di oltre 270 miliardi di tipi cellulari diversi tra loro. Si è così scoperto che sono «pochissimi i parametri immunologici che presentano alterazioni simili a quelle delle pazienti non gravide affette dall’infezione da Sars-CoV-2», spiegano dall’ospedale. Semplificando molto, si è appurato che le donne in gravidanza non sviluppano quella tempesta infiammatoria che è alla base dei casi più gravi di Covid.

«In gravidanza – illustra il professor Fabio Facchinetti, direttore di Ostetricia e Ginecologia dell’Aou Modena che nella pandemia ha assistito quasi tutti i parti delle donne Covid positive – il sistema immunitario lavora in modo particolare per permettere lo sviluppo del feto. In caso di infezione da coronavirus, le gestanti attivano una risposta specifica e nuova, che, proprio come un potente soffio di vento, spazza via la nota “tempesta citochinica”, responsabile dei sintomi più gravi e dei decessi legati al Covid-19. Questo processo spiega perché le gravide si siano meglio difese nella pandemia». Gli stessi studi epidemiologici oggi riferiscono di un minor numero di complicanze di quante se ne temessero lo scorso anno.

«Sono molto orgoglioso del fatto che il nostro gruppo sia stato il primo a studiare così nei dettagli l’assetto immunologico di queste pazienti, chiarendo i dettagli che spiegano la loro risposta ottimale all’infezione», ha commentato il professor Andrea Cossarizza, ordinario di Patologia e Immunologia all’Università di Modena e Reggio.

«Lo studio, a cui hanno partecipato anche la professoressa Cristina Mussini e i professori Giovanni Guaraldi, Massimo Girardis e Isabella Neri insieme ai dottori Mario Sarti dell’Aou e Tommaso Trenti dell’Ausl Modena, è iniziato nel momento più caldo della pandemia ed è proseguito per diversi mesi. Grazie anche alla stretta collaborazione attivata immediatamente con i colleghi americani, abbiamo quindi potuto utilizzare la più avanzata tecnologia cellulare oggi disponibile, ottenendo poi questi risultati».

Oroglioso il dg dell’Aou Claudio Vagnini: «Passi avanti di questa portata in un momento storico di pandemia globalizzata sono possibili solo grazie alla sinergia tra elementi singoli che si completano tra loro: la clinica e la ricerca, l’ospedale universitario e l’Università degli Studi, la tenacia del lavoro quotidiano e il rispetto verso il dato scientifico». Il rettore di Unimore Carlo Adolfo Porro sottolinea: «Lo studio ci conferma, da un lato, l’alto valore scientifico dei nostri ricercatori e delle nostre ricercatrici e, dall’altro, l’attenzione che le rispettive istituzioni pongono ai temi direttamente connessi alla crisi pandemica. Questi contributi potranno essere fondamentali nell’incrementare ulteriormente le nostre conoscenze sul Covid». —

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