Contenuto riservato agli abbonati

Modena Roberto, signore degli anelli di via S. Eufemia che tratta l’oro come figli

Barbanti lavora nella bottega di preziosi dopo aver imparato l’arte dal padre «Siamo tornati al periodo romantico, ogni pietra ha il suo carattere forte» 

MODENA «Da bimbo mi è sempre piaciuto guardare il papà mentre saldava gioielli con il fuocherello blu», racconta l’orafo modenese Roberto Barbanti, che a 15 anni ha cominciato a lavorare i metalli sotto l’occhio vigile del padre Andrea, il suo maestro.

Modena e i suoi mestieri / Roberto il Signore degli anelli di S. Eufemia



È appena 21enne quando in centro a Modena apre il suo piccolo laboratorio (c’era solo una vetrina) in via Sant’Eufemia, proprio di fronte all’oreficeria al civico 45 che, 20 anni dopo, aprirà insieme al genitore ormai settantenne, scomparso lo scorso anno. «Lui era l’artigiano vero, quello di una volta, che lavorava di gran lena – ricorda l’orafo – mi ha dato le basi tecniche ma soprattutto mi ha tramesso la serietà, l’onesta, il fatto di lavorare con un certo amore proprio come faceva lui».

Nell’oreficeria, impreziosita da una parete di mattoni bianchi su cui si appoggia il suo banco da lavoro, le mani di Roberto Barbanti si muovono sicure mentre, attrezzi alla mano, ci mostra alcune lavorazioni orafe. E così, intanto che un anello prende forma, gli chiediamo di raccontarci i suoi oltre 30 anni di mestiere.

Dunque era il 1991 quando hai cominciato a lavorare in questa via, che anni sono stati?

«Allora facevo più che altro riparazioni di gioielli, ci sono voluti tanti anni prima che la clientela cominciasse ad apprezzare quelli creati da me ma piano piano è successo. Per parecchio tempo non ho guadagnato quasi niente, però mi divertivo. Penso che uno dei motivi per cui tanti mestieri artigiani si stanno perdendo è che all’inizio sono poco remunerativi, ci vuole tanta pazienza e forse è per questo che adesso tanta gente non li vuole più fare. Secondo me nella vita bisognerebbe fare quello che piace, guadagnare un pochino meno ma stare bene al mondo».

Poi la scelta di tornare a lavorare con tuo papà, nel 2011…

«Lui si occupava principalmente delle riparazioni e così io ero libero di creare i miei gioielli personalizzati, che sempre più persone cercano. Magari tu hai una pietra che hai comprato in un viaggio o un sassolino che hai trovato al mare, vieni da me e insieme creiamo un gioiello unico, anche semplice ma con carattere. Non utilizzo cose necessariamente costose e credo sia questo a fare la differenza con altri artigiani orafi».

Parliamo dell’oro, sembra a me o c’è stato un ritorno anche fra i giovani?

«È vero, vedo tanti ragazzi che finalmente amano il vero colore dell’oro: giallo. I gioielli in oro giallo vengono “sdrammatizzati” e non sono più visti solo come gioielli da occasione. Negli anni Ottanta, quando ero ragazzo di bottega, andavano di moda collier d’oro molto grossi che però dentro erano vuoti perché da una parte si voleva ostentare opulenza e dall’altra c’era la necessità di spendere poco. Adesso al contrario c’è gente che vuole spendere perché ha i soldi ma non vuole il gioiello troppo appariscente. Dal mio umile punto di osservazione mi accorgo anche che c’è un ritorno al classico romantico: tanti giovani vengono per comprare l’anello della promessa, poi le fedi. C’è un’empatia con la maggioranza dei clienti sia nel creare qualcosa di nuovo, cosa che si può fare anche riciclando, sia nel modificare i gioielli».

Dove compri l’oro per i tuoi gioielli?

«Ho i miei fornitori che possono essere aziende o banchi metalli, che non solo quelli che ritirano l’oro dalle persone. Non a caso l’oro viene lavorato dalla “notte dei tempi”: è un bel metallo, tenero, lucido, non ossida. C’è l’oro puro, che io utilizzo per i miei gioielli, e l’oro da gioielleria – il 18 carati - cioè quello legato a uno o più metalli. Per 100 grammi di oro rosa, ad esempio, ce ne sono 75 di oro puro e 25 tra rame, la maggior parte, e argento. Mi piace ancora come quando ho cominciato, soprattutto quando mi diletto ad inventare qualcosa per pura passione. Ci sono clienti che mi dicono “Roberto vorrei un bel gioiello, fai quello che ti pare”: per me è il massimo della soddisfazione, che raddoppia quando mi dicono che la mia idea è piaciuta anche a loro».

Cosa ci dici invece dei tuoi strumenti da lavoro?

«Ho un laminatoio del 1969 che serve per ad assottigliare il metallo, c’è il cannello che uso per fondere o per fare le saldature con gas metano e ossigeno, una serie di utensili come cesoie, pinze a morsetto, seghe e lime. Alcuni strumenti erano del papà, altri del babbo di un amico che non c’è più, altri sono miei da una vita come trapano a cordella e il “santo” martello con cui faccio tutto». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA