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Agosto, è boom di soccorsi sull'appennino modenese: «Troppi turisti impreparati»

Mai così tanti interventi in pochi giorni da parte dei tecnici specialisti del Saer «Escursionisti poco attrezzati: c’è chi sale con i sandali ai piedi e senz’acqua»

«Siamo un’ambulanza ma con i cingolati. E in estate c’è il picco di richieste d’aiuto. Basti dire che fino a oggi abbiamo già raggiunto i quattro quinti delle richieste d’aiuto che abbiamo registrato in media negli anni passati».

Prova a scherzare Raffaello Seghi, vicecapostazione del Soccorso Alpino del Cimone. Di mestiere lavora per una grande azienda dell’indotto ceramico ma la passione per la montagna lo ha spinto a impegnarsi come volontario per le emergenze e i recuperi tra le montagne. Assieme a lui, nella nostra provincia, ci sono altri 70 operatori, soccorritori e sanitari, che si alternano per garantire la salvezza di chi si fa male o resta bloccato nei burroni.


A Serramazzoni, Fanano e Fiumalbo ci sono le sedi delle tre squadre a cui si aggiunge d’estate Montecreto, che con ogni probabilità potrebbe aggiungersi alla rete delle postazioni fisse.

Dispersi e infortunati in zone inaccessibili sono oggetto della quasi totalità degli interventi in alta quota, ma non mancano i soccorsi tra i torrenti, dove l’abilità tecnica diventa autodisciplina assoluta per garantire l’aiuto in ambienti ostili senza mettere a rischio l’incolumità dei compagni. O la propria.

«Sino a oggi, a metà agosto – aggiunge Seghi – abbiamo superato di parecchio i 60 interventi. E’ realistico pensare che si raggiunga presto la cifra di tutto l’anno scorso o di quello precedente, attorno agli 80 casi sui dodici mesi».

Boom di emergenze: come mai tutte insieme?

«Se poi teniamo conto che nell’ultimo biennio c’è stato il fermo per mesi nelle attività all’aria aperta, si capisce quanto gli incidenti in montagna stiano aumentando vertiginosamente. In agosto registriamo il picco dei soccorsi, mediamente una trentina. Perciò dovremo rivedere al rialzo le previsioni. L’estate con gli escursionisti in sandali e senza neppure una bottiglietta d’acqua deve ancora finire. Poi arriverà l’autunno con decine di fungaioli in difficoltà nei boschi e per chiudere c’è la stagione invernale. Ovvero escursionisti con le ciaspole, scialpinisti e via nelle varie specialità. L’avventura vista sullo schermo è affascinante, nella realtà ci si scontra con una preparazione non adeguata al terreno».

Di chi è la colpa?

«Quasi mai della montagna, ma sempre di un’errata valutazione sulle proprie forze. O sulle proprie risorse. C’è gente che rischia l’ipotermia a duemila metri in estate perché ci arriva in maglietta e non ha neppure una felpa di riserva. Diciamo che nell’ultimo decennio è molto aumentato il numero dei frequentatori della montagna. Sia per gli sport estremi che per quelli tradizionali e le escursioni, o la raccolta di funghi e mirtilli. Si cerca, giustamente, la natura a poca distanza da casa ma non si adottano quelle precauzioni che sarebbero doverose. Posso fare un esempio? Noi siamo originari di Montecreto e quando mia nonna usciva per andare a mirtilli lasciava detto dove andava, che strada avrebbe preso e a che ora al massimo sarebbe rientrata. Trent’anni fa non c’erano i telefonini e il sistema funzionava lo stesso».

Insomma, chi esce per tempo deve organizzarsi e non pensare di essere a passaggio come in città...

«È così. Il rischio zero in montagna non esiste. Come ovunque, ma in un ambiente naturale bisogna sapere che tutto rimane più difficile. Chi si sloga una caviglia davanti a una vetrina chiama i soccorsi indicando strada e numero civico. Ma sui sentieri o in fondo al burrone la difficoltà principale è quella di comunicare la posizione esatta. Chi risponde al telefono deve fare l’impossibile per capire da dove parte una richiesta d’aiuto. Chi non abita in montagna indica molto vagamente un sentiero o una valle o un prato che ha davanti. Sempre che ci sia il segnale per il telefono, ovviamente».

Il problema più grosso, quello del collegamento telefonico.

«Già. La gente si avvia sui sentieri e pensa che in caso di problemi telefonerà a casa. Poi quando si accorge che non c’è il segnale va nel panico».

Più visitatori e più infortuni, anche gravi.

«È una proporzione matematica, la tendenza è quella. Imprudenze, incidenti e impreparazione fanno il resto».

Poi tocca a voi arrivare via terra, sulle pareti di roccia o dal cielo.

«L’equipaggiamento è di alto livello, siamo alla pari con i migliori centri alpini. A Pavullo per esempio c’è l’unico elicottero della regione con un verricello e con operatori abilitati per questo tipo di emergenze. I quattro elicotteri vengono dati in appalto, le ditte vincitrici devono provvedere al pilota, alla manutenzione e alla perfetta funzionalità delle attrezzature con ogni tempo. Poi ci sono i mezzi speciali per la neve, come il quad con i cingoli al posto delle ruote».