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Tragedia al Rally: la morte di Poggioli La comunità sconvolta: «Cristian era un angelo» 

Amici e vicini lo ricordano commossi «Da bimbo tifava McRae, ora per Claudio»

Sarebbe stata una domenica di fine estate all’insegna della spensieratezza quella di ieri a Serramazzoni, con il ritrovato sole e la voglia di godersi paese e natura in una delle ultime occasioni, al termine della stagione più bella.

Non è andata così: il peso della tragedia che si è abbattuta sulla comunità con l’incidente di rally lo si è avvertito tutto fin dalle prime ore del mattina: gente ansiosa di prendere il giornale nell’edicola in piazza per capirne di più, dibattiti nei bar, gruppetti di persone ferme per strada... L’argomento quasi unico era l’incidente: quanto sta soffrendo la famiglia di Cristian Poggioli, morto a soli 34 anni, e quanto quella di Claudio Gubertini, 41, che guidava la Peugeot che gli è finita addosso per una carambola pazzesca, lasciando senza vita proprio lui, che era venuto da Serra per fare il tifo per il compaesano. E il 20enne Davide Rabotti di Reggio. Se n’è parlato all’uscita da messa alla mattina, ci si è stretti alla sera attorno ai famigliari nel rosario che il parroco don Matteo Malavolti ha fissato per le 20.30 in santuario, tra tanti occhi lucidi. Una giornata aperta e chiusa con quel pensiero, tra mille “perché?”.


In via Orazio Vecchi, dove abita la famiglia di Cristian e dove lui è cresciuto prima di trasferirsi dalla sua ragazza a Montecenere, ieri mattina regnava un silenzio quasi irreale attorno casa: rispetto per un dolore troppo grande. Papà e mamma fuori per il compito più angoscioso che ci possa essere: organizzare il funerale del figlio. Parenti sconvolti.

Andandoli a cercare, i vicini lasciano un pensiero commosso e pieno d’affetto. «Un ragazzo dolce, che aveva sempre il sorriso sul viso» è quello che ci si sente ripetere, ogni volta con totale convinzione. «Il più buon ragazzo del mondo – lo ricorda Giuliano Pifferi, che abita lì di fianco – salutava sempre, anche da lontano, sempre sorridente. Ne percepivi subito l’innata bontà e la sincerità. E’ un dolore atroce per le famiglie, la sua e quella di Claudio: bisogna stare loro vicini». Francesco Monduzzi abitava nella via di sopra ed è coetaneo di Cristian: hanno fatto assieme la materna e le elementari. «E’ sempre stato appassionato di rally fin da piccolo – racconta – e del mondo dei motori, una passione che gli ha trasmesso senz’altro il padre lavorando in Ferrari. Lo vedo ancora da bimbo con il cappellino della Subaru Impreza 555 di Colin McRae: è stato un suo eroe, i campioni del rally lo appassionavano tantissimo. E, crescendo, quando ha visto le gesta di Claudio è stato naturale per lui diventarne subito un gran tifoso. Ma poi anche un amico, perché in un paese come questo ci si conosce tutti e ci si vede spesso, con o senza gare. Lo seguiva sempre con entusiasmo, pronto ad applaudire le sue gesta, comunque andasse a finire la gara. Del resto era così di carattere: buono, disponibile e generoso. Mai sentito nessuno che abbia detto una parola storta su di lui: non era possibile farlo, perché aveva un carattere d’oro. Era una carezza di persona».

Francesco ha saputo dell’accaduto sabato a metà giornata, reagendo con incredulità assoluta: «“Si sono senz’altro sbagliati, sarà un omonimo”: il pensiero è stato subito questo. Poi col passare delle ore nel vedere il nome rilanciato ho capito che era vero, e che non ci saremmo mai più rivisti. So che la sua famiglia è sempre stata molto credente: spero che la fede possa portare qualche forma di conforto. E che possa farlo un po’ anche il pensiero che alla fine è morto facendo una cosa che amava, inseguendo la sua passione».

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