Contenuto riservato agli abbonati

Mirandola Donna uccisa nel canale: ancora senza nome dopo 18 anni

Il delitto del Diversivo di Mirandola : seviziata, assassinata e buttata nella melma. Indagini a vuoto, non è mai stata identificata

MIRANDOLA. Sono passati diciotto anni e quel corpo trovato in un canale non ha ancora un nome, un volto, una storia. Le identificazioni sono andate a vuoto. Le indagini sono presto finite in un vicolo cieco. Oggi di quel corpo, vittima di un barbaro omicidio, non si sa nulla. Non si sa neanche dove si trova. Anche se l’assassino finora l’ha fatta franca e anche se il caso di cronaca è stata dimenticato, la vicenda non è però conclusa. Almeno legalmente. Per lo Stato italiano il corpo senza nome è ancora oggi una voce nel Registro Generale dei Cadaveri Non Identificati.

IL RITROVAMENTO. È iscritto lì dal 2003 coi pochi, scarni tratti identificativi emersi dall’autopsia: ritrovato il 22 luglio 2003 in un canale di Mirandola, età presunta 20-30 anni. Altezza: 170 centimetri. Peso 61 chili. Segni particolari: nessuno. «Etnia negroide», si legge. Nient’altro. Neanche la menzione dell’unico oggetto che ha da sempre attirato l’attenzione sulla donna: un piccolo ciondolo chiaro a forma di cuore che la sconosciuta aveva al collo. Questa voce tra centinaia di altre in Italia – persone sconosciute morte per incidente, uccise, annegate o travolte da un treno o un’auto – è l’unico appiglio rimasto di un omicidio che costituisce ormai un “cold case” della Procura di Modena: il delitto del canale Diversivo. Una storia emersa in modo drammatico e pochi giorni dopo già rimasta senza sviluppi. Un delitto orribile al termine di sevizie probabilmente per punire una prostituta ribelle. O l’esito raccapricciante dell’incontro con un cliente sadico.


"SEMBRAVA UN MANICHINO". Ma vediamo cosa si sa. La sera del 22 luglio 2003 a Mirandola fa molto caldo. Un agente di commercio 37enne che abita nei paraggi sta rientrando da una sgambata lungo l’argine del canale Diversivo lungo via Mercadante. Ormai arrivato a casa, affaticato dalla calura, si accorge che dalle acque affiora qualcosa. Si avvicina e nota che si tratta di una gamba. «Pensavo a un manichino», racconterà poco dopo ancora incredulo. Guarda meglio e tra la fanghiglia del canale pieno di acque ad uso agricolo nota un volto e un corpo nudo coperto di melma. «Un corpo che sembrava bruciato dal sole», ricorderà. In effetti, i primi soccorritori penseranno che si trattasse di una donna bianca, ma era solo l’effetto illusorio del prolungamento ristagno nelle acque del canale.

SEVIZIATA E UCCISA. Il volto della donna mostra segni chiari di cosa le è accaduto: è stata uccisa. Ha un bavaglio alla bocca e un taglio alla gola da parte a parte. Un taglio molto profondo. Il podista ferma un passante e gli fa notare il ritrovamento, ma il nuovo arrivato, appena vede il cadavere, sbianca e sta per svenire. Entrambi decidono chiamare subito i carabinieri. Poco dopo arriva una pattuglia da Mirandola. I militari gettano uno sguardo nelle torbide acque del Diversivo e chiamano i vigili del fuoco che arrivano e allertano il Gruppo Sommozzatori: saranno necessari i sub per disincagliare il corpo e recuperarlo dalla melma piena di mucillagini. La notizia si sparge in fretta e poco dopo vicini e curiosi circondano la zona dell’argine diventata la scena di un crimine.

BRUTALE ASSASSINIO. Qualcuno di loro ai carabinieri riferirà che lì un giorno prima il cadavere non c’era. Si scoprirà che non è così: c’era, eccome. Per almeno quattro o cinque giorni è rimasto a decomporsi in acqua, riferirà il medico legale nel corso dell’autopsia. Ma chi è questa donna uccisa con tanto accanimento sadico? Quando i sommozzatori riescono a risollevare il corpo, si scopre che aveva una mano legata a una corda tagliata e la bocca era davvero chiusa da un bavaglio. Al sostituto procuratore Maria Angela Sighicelli, magistrato che ha lunga esperienza investigativa e ha risolto alcuni casi difficili di omicidio, arriva una prima relazione di polizia che verrà poi confermata dalla Medicina legale: la donna è vittima di un assassinio.

LEGATA E IMBAVAGLIATA. Ma prima è stata seviziata. L’hanno legata e imbavagliata e al termine delle torture l’hanno sgozzata. Il taglio alla gola però è stato successivamente ripreso con grande violenza. Qualcuno ha insistito cercando di decapitarla. Forse un tentativo di rendere ancora più irriconoscibile quel corpo già martoriato. L’autopsia riconduce il momento della morte intorno al 17 luglio.

INDAGINI A VUOTO E POI SILENZIO. Del caso si occupa la Questura di Modena. E quando l’autopsia chiarirà che la donna ripescata non era bianca né asiatica ma nera, le indagini inizieranno a orientarsi intorno alla prostituzione nigeriana. Le impronte rilevate con l’autopsia sono sottoposte ad accertamenti dattiloscopici ma non danno risultati: restano senza corrispondenti sia negli archivi per gli stranieri in ingresso in Italia che in quello per persone con precedenti di polizia. Un mistero.

L’ipotesi è chi si tratti di una prostituta arrivata in Italia da clandestina. Solo quel cuoricino al collo potrà forse dare una risposta. La polizia lo mostra ad altre “lucciole” della Bruciata, l’unica zona in provincia di Modena dove nel 2003 si trovano prostitute africane. E una giovane lo riconosce. Racconta che quella ragazza era vicino a lei alla Bruciata, una ventenne della quale non sa il nome.

Altre ragazze nigeriane daranno vaghe conferme. Anche se flebile, questa testimonianza costituisce l’indizio che la vittima potrebbe essere stata vittima di una “lezione” brutale terminata con l’assassinio ad opera di protettori o trafficanti di prostitute africane. Per ucciderla, si dice, sono servite tre persone. Legata e imbavagliata, è stata ammazzata e poi qualcuno si è disfatto del cadavere dopo il tentativo di decapitarla. Due elementi sono certi: non è stata uccisa vicino al canale Diversivo ma è altrettanto sicuro che l’assassino conoscesse bene quel posto, per niente facile da raggiungere, perso in un dedalo di stradine nella campagna della Bassa.

Le indagini andranno avanti ancora per qualche giorno. Se ne incaricherà un secondo pm, Fausto Casari, che otterrà l’arresto in custodia cautelare in carcere per la “maitresse” 26enne delle nigeriane alla Bruciata: sa qualcosa, sospetta il magistrato, ma è reticente. Non parlerà neanche davanti al Gip che confermerà l’arresto.

Era il 27 luglio 2003. Da allora il caso è finito nel nulla. Non si è più avuta alcuna notizia né delle indagini né della sorte della “maman” in carcere. Il caso è stato velocemente dimenticato. Probabilmente ha pesato il fatto che si trattasse di una prostituta e che fosse anche clandestina.

In questi diciotto anni il tempo è trascorso senza che accadesse nulla intorno a questo caso di omicidio e alla fine è finito nell’oblio. Nonostante questa amnesia, il corpo senza nome è rimasto. E anche l’assassino rimasto impunito è tuttora nell’ombra.

© RIPRODUZIONE RISERVATA