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Modena, al processo per il caso oncologia: «Aggredito da Federico, scappai dall’ufficio»

L’ex rettore Tomasi riferisce di un faccia a faccia choc dopo la sua denuncia: «Subii atti fisici, ma non lo denunciai»

MODENA. Proteste da parte del prof Massimo Federico di tale veemenza da arrivare a sfiorare la violenza fisica, tanto che una volta per sfuggire a un’aggressione dovette scappare dal proprio ufficio. Lo ha riferito ieri ai giudici Aldo Tomasi, rettore dell’Unimore fino all’ottobre 2013, nell’ambito del processo per il caso Oncologia che vede imputato l’ex presidente dell’associazione “Angela Serra” e di Fil (Federazione Italiana Linfomi) con l’accusa di corruzione, abuso d’ufficio, peculato e interruzione di pubblico servizio.

Dopo l’ex direttore generale Ausl Mariella Martini, ieri è stata la volta di un altro “big” chiamato a testimoniare, sia dall’accusa (i pm Marco Niccolini e Pasquale Mazzei) che dalla difesa (Antonio Di Pietro in collegio con Sonia Cavalera). L’ex rettore ha parlato della sua denuncia del novembre 2012 e delle ispezioni nei locali al quarto piano del Policlinico occupati dalla Fil senza un contratto di comodato d’uso con l’Ateneo Unimore, titolare dei locali in questo piano. Ma è emersa anche una pagina umana di cui nessuno immaginava l’esistenza: le fortissime pressioni di Federico sul rettore per far cessare l’attività ispettiva. «Interloquii più volte con Federico nel mio ufficio – ha sottolineato Tomasi – in alcune, in particolare dopo le segnalazioni del novembre 2012, le circostanze assunsero contorni non piacevoli, degenerando. Lui diceva che aveva scoperto un complotto nei suoi confronti, che chi l’aveva organizzato non l’avrebbe passata liscia. Interpretava quanto stava accadendo come un atto persecutorio nei suoi confronti, mi accusava di perseguitarlo. In una circostanza in particolare mi trovai davvero in difficoltà fisica: aveva aspetti molto minacciosi che mi fecero temere, si era opposto fisicamente all’entrata. Chiamai qualcuno per calmarlo, dovetti allontanarmi da questa situazione uscendo a forza». Il rettore costretto a fuggire dal proprio ufficio, dunque. E’ tornato più volte su questo episodio, diventando sempre più esplicito: «Io subii atti fisici da Federico – ha detto – ma non l’ho mai denunciato perché pensavo che fosse una persona al limite della sua pazienza che si sentiva nel mirino di tutti quanti». Tomasi ha riferito ai giudici anche di un’altra circostanza inquietante, non riconducendo assolutamente la titolarità dell’azione a Federico, ma invitando comunque a riflettere sulle tensioni del periodo: «Proprio nel novembre 2012, all’epoca della prima denuncia, mi ritrovai la mia macchina personale che avevo parcheggiato in centro tutta segnata».


L’aggressione fu perdonata dal rettore guardando al passato, a quello che Federico aveva sempre rappresentato per l’ospedale e l’università: «Io ho sempre ritenuto Federico un professionista valido e di alta levatura – ha rimarcato – addirittura in una lettera dell’8 agosto 2011 tanta era la stima che avevo di lui che sostenevo l’opportunità di lasciargli la titolarità del registro tumori. Io non l’ho mai perseguitato, ne ho avuto sempre un’alta considerazione».

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