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Modena. Roberta Notari, l’anima nel colore Così a S.Matteo torna il Cristo

La restauratrice ha sistemato l’opera settecentesca dopo settimane di lavoro Domenica prossima la scultura tornerà nella sua posizione originaria per il culto

MODENA È luglio quando Roberta Notari ci mostra per la prima volta il “paziente” modenese che ha in cura nel suo laboratorio al civico 32 di via dei Mille a Reggio Emilia: un Cristo settecentesco in cartapesta della chiesa di San Matteo. A gennaio era stato don Enzo Solieri a scegliere la restauratrice reggiana fra i tre nominativi che gli erano stati suggeriti dalla Curia di Modena e, domenica prossima alle ore 11, per la prima volta dopo il restauro conservativo sarà finalmente portato in processione sull’argine del Secchia in occasione della sagra organizzata dalla parrocchia. «Ci è voluto un mese e mezzo di lavoro per riportarlo ai colori che aveva in origine e sistemare le rotture su mani e braccia – spiega Notari, specializzata nella conservazione e restauro di sculture lignee, in cartapesta, terracotta, cornici antiche, dorature e argentature – accade spesso che siano proprio elementi evidenti come le rotture a infastidire i parroci e a spingerli così a richiedere un restauro. Quello che scoprono in un secondo momento è che le sculture nel corso del tempo hanno cambiato la loro immagine perché ridipinte e rivestite di gesso o perché riportano elementi non originali, ad esempio perizomi». E così accade che il lavoro di questa restauratrice diventa anche quello di spiegare alla popolazione che la scultura, alla quale per tanti anni hanno rivolto le loro preghiere, tornerà diversa: avrà una nuova “faccia”.

Dunque deve accompagnare le persone al cambiamento…


«Sì, è un lavoro a cui in realtà non mi obbliga nessuno ma che io ritengo importante: devo sempre tenere sott’occhio la devozione spiegando ai fedeli come cambierà l’immagine che sono abituati a pregare. È capitato che nel mio laboratorio arrivasse un pulmino dalla chiesa per capire come si sarebbe svolto il restauro: mi stavo occupando di un Cristo molto venerato che, da nero, sarebbe tornato color carne».

In questo caso il Cristo di San Matteo è cambiato molto dopo il restauro?

«Abbastanza. Per prima cosa con il bisturi abbiamo tolto le vecchie ridipinture, ritrovando il suo incarnato originale e riportando dorato il perizoma che era diventato blu. Trattandosi di un restauro conservativo non abbiamo, però, riproposto una nuova doratura. È cambiata anche l’arcata sopraccigliare e sono diventate più evidenti le goccioline di sangue. Infine abbiamo sistemato le rotture che riportava nelle mani e nelle braccia. Quest’ultimo è un problema che riscontriamo spesso dato che, portandoli in processione, è facile che durante le varie manovre possano danneggiarsi. E in passato succedeva che dopo ogni rottura procedessero con interventi grossolani dando sopra alla scultura diverse mani di smalto. Non riuscivano a fare un restauro localizzato».

Chi è che si occupava di questi lavori?

«Di solito volontari delle parrocchie. L’attenzione per il restauro delle sculture si è cominciata a vedere intorno agli anni Ottanta mentre prima era solo rivolta ai quadri. Oggi noi restauratori accreditati dalla Soprintendenza non possiamo occuparci di tutte le categorie di intervento ma veniamo chiamati ad operare nel nostro campo di competenza. E, una volta assegnato il lavoro, i funzionari della Soprintendenza escono tre volte a controllare il nostro operato: prima, durante e dopo».

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