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Recalcati: «Dalla libertà si può anche fuggire se provoca angoscia»

Lo psicanalista: «Il green pass mi fa sentire più libero» Di Paolo: «Gli anni ’20 di ieri e oggi e i loro nuovi linguaggi»

Carlo Gregori

In fuga dalla realtà per liberarsi dall’angoscia delle responsabilità e delle scelte. A settant’anni dalla pubblicazione, Massimo Recalcati prende spunto dal capolavoro di psicologia sociale di Erich Fromm “Fuga dalla libertà” per tornare sull’attualità del tema e sulle sue implicazioni piscologiche e filosofiche nella conferenza di ieri a Sassuolo. «La libertà è una delle massime aspirazioni umane – spiega lo psicanalista – ed è fondamentale nella vita umana ma in noi c’è una spinta a disfarci o cedere ad altri la libertà quando viene sentita come un peso e dà luogo ad angoscia. La liberazione ha sempre un’altra faccia nella lacerazione». Prendendo spunto da Fromm (1941), Freud e da “Psicologia di massa del fascismo” di Wilhelm Reich (1933) e tenendo presente i temi del suo “Ritorno a Sartre”, Recalcati mostra come anche l’attualità dà il modo ripetere questo percorso di pensiero. Il Covid ad esempio «insegna che la libertà è importante ma come legame e vincolo, non come gesto arbitrario del singolo». E poi una sorprendente rivelazioni che danno un’idea della sua chiara posizione in favore di una consapevole scelta vaccinale come gesto di rinunci alla libertà per la comunità e il green pass come esercizio di libertà: «Durante il lockdown abbiamo vissuto momenti di libertà. Per me è stata un’esperienza di libertà al massimo livello etico». Sempre riferendosi al Covid, Recalcati ha chiarito il pensiero parlando di «scoperta di una nuova solidarietà, maggioritaria nella popolazione che si è espressa con la vaccinazione», pur nel rischio che ci sia «una reazione paranoide alla paura del virus». «La libertà è vincolo con l'altro, non è proprietà individuale, altrimenti è arbitrio. Questo insegna il magistero del covid». «Non vedo attuali rischi di virate antidemocratiche. C’è un governo di unità nazionale, gli esponenti della coalizione litigano tutti i giorni. Non c’è nessuna dittatura». E ancora: «Quando mostro il green pass mi sento libero».


Il critico e romanziere Paolo Di Paolo ha ritagliato il decennio degli anni ‘20 del ‘900, i cosiddetti “anni ruggenti”, per disegnare uno stato di euforia postbellica e post pandemica (erano gli anni della Spagnola) attraverso i grandi romanzi dell’epoca o leggermente successivi (Joyce, Woolf e Miller) come tentativi di esprimersi in un linguaggio nuovo che fosse adeguato a quello stato d’animo e a quei tempi febbrili resi magnificamente dal “Grande Gatsby”. «Da quando finisce un’epoca?», si chiede Di Paolo sulle orme di Hemingway. E si chiede come stiamo vivendo oggi questi anni ’20, cosa ci aspetta in campo di libertà rivendicata da artisti e scrittori. «Quella libertà anche libertina nasceva da una ricerca a proprie spese. Sembravano mettere a prova se stessi e i limiti del proprio corpo e pensiero per guadagnare una libertà di raccontare mentre avanzano i segnali del totalitarismo. E’ nel momento in cui si scrivevano queste opere che gli autori trovavano una libertà magari sconvolgente ma tutto sommato inoffensiva».