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Sassuolo. «Poche illusioni: la libertà non esiste L’uomo è schiavo della sua identità»

Umberto Galimberti raccoglie applausi scroscianti a Sassuolo «Si vive con molta più quiete pensando di non essere liberi»

ELENA PELLONI

Che la libertà, in quanto tale, non possa esistere per il filosofo Umberto Galimberti rimane un fatto incontrovertibile. Non esiste se non sotto forma di idea. Un’idea di libertà, appunto. Perché? Perché l’uomo non è un animale e, quindi, non è vincolato da una serie di istinti predeterminati, che stanno alla base della sua natura. L’uomo, al contrario, è un essere libero, indeterminato, privo di risposte rigide. Eppure, nonostante la sua realtà di essere umano preveda la potenzialità di una libertà, esso rimane schiavo di un’altra variabile: la sua identità.


«L’identità vincola la libertà. Perché è un dono sociale, è condizionata dall’ambiente. Sono gli altri a costruire la nostra identità, dicendoci quando siamo bravi o quando siamo cattivi, quando facciamo giusto o quando sbagliamo. La nostra identità è estremamente rigida, perché su di essa si basa la fiducia sociale – spiega Galimberti – Gli altri si fidano di me perché mi conoscono, perché possono prevedere le mie azioni. Ma se io improvvisamente diventassi dottor Jekyll e mr. Hyde, cosa succederebbe? Crollerebbe la fiducia sociale. Per cui l’identità deve essere ferma, prevedibile. Ma se così è, dove va a finire la mia libertà?». Alla sua 19esima edizione del Festival Filosofia, Umberto Galimberti rimane uno dei pensatori più attesi e seguiti della manifestazione. A Sassuolo, nella tensostruttura di parco Ducale, è stato accolto da uno scroscio di applausi. Neanche la pioggia ha fatto desistere gli uditori, arrivati numerosi alla sua lezione magistrale. «È bello credere di essere liberi. Ma se pensate di non esserlo vivete con molta più quiete». Riesce a far ridere anche quando destruttura il pensiero illuministico e critica la millenaria cultura del cristianesimo. «L’idea di libertà è un problema posto dal cristianesimo – torna sui suoi temi caldi, il filosofo dall’animo greco – Nell’antica Grecia l’uomo non era concepito al vertice del creato ma al pari di tutti gli altri esseri viventi. Come qualcosa, cioè, che nasce, cresce, genera e muore. Comunemente, i greci utilizzavano il termine “thnetos” per definire l’uomo, ovvero mortale. Quella era gente che prendeva seriamente la vita, perché non precludeva la morte. È stato il cristianesimo a introdurre un’idea di salvezza, capace di vincere la morte, ma una salvezza condizionata. Ecco, quindi, che ha creato l’immagine di un uomo libero e quindi responsabile delle proprie azioni. Perché se l’uomo è responsabile allora è punibile. Soltanto Lutero, nel’500, ha affermato che l’uomo non si salva per opere, ma per fede». Il cristianesimo, secondo Galimberti, è poi permeato nella cultura occidentale, tanto da diventarne lo sfondo ridondante. «Per i cristiani, il passato è peccato, il presente è redenzione e il futuro è salvezza – ribadisce – E la scienza moderna è fondata sullo stesso modello. Il passato è ignoranza, il presente è ricerca e il futuro è progresso». Per Galimberti, la tecnica nasce da queste radici di positivismo cristiano e interseca le nostre esistenze ponendosi come forma di progresso migliorativo. Ed è la tecnica ad aver modificato parte dell’essenza umana. «Noi siamo governati da pulsioni e regole sociali – prosegue – Questo significa che la nostra razionalità deve fare i conti con due tipi di inconscio: quello collettivo e quello della specie. Ma con la comparsa della tecnica si è formato addirittura un inconscio tecnologico». Ed è proprio all’inconscio tecnologico, secondo Umberto Galimberti, che si devono i nuovi diktat imposti dal mercato. Quelli dove non più solo le macchine devono essere produttive, efficienti e competitive. Ma anche gli stessi uomini. Ecco allora che i colleghi diventano competitor e i rapporti tra persone si trasformano in sfide. Tuttavia l’uomo non è soltanto razionalità, ma anche molto altro. Come fuggire, dunque? «Attraverso quella che io chiamo schizofrenia funzionale – spiega – Nei giorni feriali abbiamo il dovere di essere produttivi. Mentre nel fine settimana possiamo lasciarci andare a una piccola follia, alla nostra irrazionalità». Resta un contesto, specifica Galimberti, in cui è ancora possibile fare emergere quella follia, quella parte irrazionale e di sogno che sono componenti fondamentali dell’umano: è l’amore. Perché come diceva Aristotele, uno dei capisaldi del pensiero galimbertiano: «L’uomo che pensa di poter fare a meno degli altri o è bestia o è Dio».

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