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Carpi. Fugge con la collezione e il materiale tecnico: stilista condannata

Dal magazzino erano spariti alcuni capi di abbigliamento e così, a fronte di episodi ripetuti nel tempo, uno dei quattro soci aveva pensato di cambiare la serratura. Un intervento d’impulso che però aveva scatenato la reazione della stilista della società Wool Street. Da qui parte il processo terminato ieri mattina che ha visto la giudice Saveria Ilaria Filippini condannare la 51enne Violetta Bolotowicz a 3 mesi e 200 euro di multa a fronte di 8 mesi e 900 euro di multa chiesti dal pubblico ministero Federica Benati.

È febbraio quando alla Wool Street, società rappresentata dagli avvocati Nicola Elmo e Alessia Massari dello studio Zaccaria, la situazione precipita. Bolotowicz arriva in azienda e non prende affatto bene il cambio della serratura. Decide così di chiudersi nel suo ufficio che si trova accanto alla show room ma dopo circa un’ora viene vista andarsene con alcune borse e scatole stipate in auto. Solo successivamente – racconteranno gli altri soci al processo – si scoprirà che di fatto si è portata via l’intera collezione che sarebbe dovuta essere presentata da lì a qualche giorno.


«La show room era praticamente vuota», confermerà un carabiniere intervenuto in azienda dopo quella repentina fuga. Bolotowicz fa sparire praticamente tutto: la lista presentata nell’atto di denuncia parla sia di capi di abbigliamento sia di attrezzatura tecnica indispensabile nella produzione di vestiario unico e innovativo. Perché la stilista, originaria della Polonia, è particolarmente apprezzata: gli altri soci l’hanno fortemente voluta al loro fianco, scegliendo di puntare sulla sua creatività.

Ma qualcosa non funziona, subentrano contestazioni economiche, accuse di investimenti e mancati guadagni fino a quando scatta l’appropriazione indebita. Bolotowicz non farà mai più ritorno alla Wool Street e qualche mese dopo, nel suo ufficio ancora chiuso a chiave, ricompariranno anche alcuni dei capi spariti nel magazzino e che tanto avevano fatto insospettire gli altri soci. Se sia stata lei ad impossessarsene non è stato accertato ma lo scenario condiviso dal giudice Filippini non ha lasciato margine di dubbio su tutto il resto.

Tra l’altro la stilista, ormai lontana dalla società, aveva anche tentato di farsi produrre alcuni componenti dai fornitori, come ha confermato ieri una testimone che ha raccontato di essere stata contattata e di essersi rifiutata di operare visto che era al corrente dell’insanabile rottura. «Con quell’appropriazione indebita – ha ribadito l’avvocato Elmo nel corso della discussione – Bolotowicz poteva affossare la produzione della Wool Street oppure programmare il proprio futuro avendo a disposizione tutti gli strumenti tecnici per riprendere a produrre nell’immediato».