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Modena, affari, colletti bianchi e tanta droga: così le mafie allargano il loro potere

La Dia certifica il ritorno dei Casalesi, i piani di egemonia della ’ndrangheta e le azioni degli stranieri

MODENA. C’è una mafia dei salotti buoni, quella che blandisce politici e cerca contatti per fare affari e aumentare il proprio potere economico, e c’è una mafia di strada, quella che comanda sullo spaccio di droga, presta soldi a tassi usurai e applica l’intimidazione sistematica. Ma quelle due mafie, così apparentemente distanti, arrivano spesso a compenetrarsi così come del resto si contaminano le stesse organizzazioni criminali, magari portate a fare affari con i medesimi “colletti bianchini” modenesi.

La fotografia viene confermata dal rapporto del secondo semestre 2020 della Direzione investigativa antimafia che mette in evidenza sia il business connesso al Covid sia le strategie dei sodalizi criminali.


L’infiltrazione della criminalità organizzata avrebbe assunto, in via generale, un approccio silente di basso profilo e una dimensione prettamente affaristica. Vengono applicate strategie finalizzate ad ampliare l’area di connivenza e soggezione nei diversi contesti (economico, politico e sociale) in aree lontane sia geograficamente, sia culturalmente dai territori di nascita delle mafie. «Infatti – si legge nella relazione – come confermato dai riscontri investigativi, giudiziari e di prevenzione degli ultimi anni il potere mafioso e la forza intimidatrice espressa dal vincolo associativo hanno assunto in Emilia Romagna connotati manageriali e prevalentemente indirizzati alla tessitura di reti relazionali negli ambienti politico-amministrativi ed economico-finanziari anche attraverso attività corruttive finalizzate al controllo dei finanziamenti pubblici, al condizionamento di appalti e concessioni mirando, in definitiva, all’annullamento della concorrenza».

Il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato, parla di “zona grigia” quando fa riferimento a consulenti, professionisti o qualche appartenente alle amministrazioni. «Una sponda molto pericolosa che significa, in epoca di virus, il rischio di contagio del territorio in cui le associazioni operano».

Non c’è soltanto la ’ndrangheta dei Grande Aracri che mira al territorio modenese: certo, gli arresti di “Perseverance” (l’operazione che mirava ad avvicinare il sindaco Muzzarelli per poter aprire una sala slot) ne confermano un ruolo egemone ma non monopolistico. Nel tempo stanno facendosi di nuovo notare i Casalesi clan Schiavone raggiunto da un’altra indagine dell’Arma che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Francesco “Peppinotto” Caterino e Adolfo Abatiello, detto “O pizzett”, 32 anni, residente a Rami di Ravarino. Il gruppo è considerato una “stabile organizzazione criminale” dedita al traffico di stupefacenti con l’aggravante mafiosa, dotata di mezzi, risorse finanziarie e strutturata con un’accurata suddivisione in ruoli.

E sempre a proposito cocaina e hascisc non vanno scordati i 19 arresti di magrebini con l’operazione “Tiger” di Sassuolo. Droga che attira l’attenzione anche della criminalità albanese con alcune operazioni della Polizia le cui propagazioni sono arrivate fino in città. Mentre non va sottovalutato il business dell’immigrazione clandestina, funzionale spesso al reclutamento di nuove leve per lo spaccio o come manovalanza nelle bande. Lo gestiscono i ghanesi come mostra l’ordinanza contro un’associazione criminale diretta da un funzionario dell’Ufficio Immigrazione del Ghana che pianificava il viaggio aereo verso l’Italia e poi per l’estero di clandestini ghanesi e nigeriani, fornendo loro falsa documentazione per l’espatrio.

Ma tornando alla mafia degli affari, la relazione riporta l’attenzione sull’ennesimo sequestro da un milione di euro a Giuseppe D’Onghia, imprenditore con base a Mirandola, descritto come “socialmente pericoloso sia per la sua vicinanza ai clan camorristici Moccia, Schiavone e Casalesi, ed alle cosche della ‘ndrangheta Piromalli e Fortugno”.

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