«I ragazzi sono plasmati da internet Guidiamoli verso le relazioni reali»

L’esperta: «Grave errore dare il cellulare ai bambini solo per tenerli buoni Tanti crescono senza valori senza riconoscere le emozioni»

Famiglie digitali: chi sono? Genitori di bambini nati nell’era digitale che osservano lo schermo da neonati. Adolescenti dalla testa china e dalle spalle curve che conoscono molto meglio il mondo delle chat di quello reale. Studenti che assistono alla lezione in Dad senza grande consapevolezza. Ragazzi che seguono modelli di successo senza valore etico e trovano un’empatia nel conformismo dei social. Ieri al Teatro San Carlo, per il Festival Modena Smart Life, la psicoterapeuta Barbara Volpi, autrice di due saggi per Il Mulino – “Genitori digitali” del 2017 e il nuovissimo “Docenti digitali” - ha parlato di quanto sta emergendo dalla prima generazione nata con uno smart phone che postava la sua immagine da quando non aveva ancora un nome. E ha indicato anche alcuni rimedi preventivi per correggere gravi storture soprattutto relazionali dei ragazzi. Il video di un neonato che piange strilla e sembra impazzito nel momento in cui gli tolgono di mano uno smartphone è stata l’occasione per parlare di un fenomeno diffuso e inquietante: il genitore che dà al bambino piccolissimo il cellulare per tranquillizzarlo e zittirlo mentre prepara la cena o fa altro. Un comportamento opposto alle linee guida che indicano da 0 a 2 anni un’età in cui il bambino deve solo relazionarsi coi genitori e i familiari per autoregolare i suoi sentimenti. Viceversa, il telefonino lo condizionerà al punto che potrà crescere senza saper riconoscere le emozioni e neppure saperle incarnare in un sorriso o uno sguardo triste. La difficoltà dei genitori a porre un freno a una tecnologia compulsiva è uno dei grandi argomenti di oggi: chi non ci riesce o chi non se ne interessa neanche, farà sì che i figli deleghino l’affettività alle relazioni che sa instaurare sul cellulare. Tutto questo ha ovvie ricadute anche nel comportamento scolastico dell’allievo, sempre che l’insegnante sia pronto a riconoscerne i segnali e i problemi affettivi dell’alunno.

La Volpi ha spiegato chiaramente che computer e cellulari modificano l’apprendimento anche a livello neuronale: è stato dimostrato da serie di esperimenti su ragazzi che interagivano in rete mentre i loro cervelli venivano monitorati dalla risonanza magnetica. L’attaccamento al cellulare incide dunque su tutto: cambia le aree cognitive, sociali, ludiche e sessuali dei ragazzi. «È in corso un cambiamento culturale epocale e gli adolescenti rischiano di non riuscire a dar voce alle loro emozioni».


Lo dimostra il fenomeno allarmante degli Hikikomori chiusi in una stanza e dentro la “gabbia di cristallo” delle chat. O il cyberbullismo. E la scuola? L’esperimento Dad ha funzionato con successo come risposta iniziale e ha dato indicazioni chiare anche sui suoi limiti. Dall’esperienza è emerso che, nonostante la grande utilità della tecnologia da remoto per l’insegnamento, resta la necessità di creare relazioni autentiche che permettano allo studente di crearsi uno spirito critico e valori etici uniti alla consapevolezza di ciò che fa e di come usa il digitale. «È compito del corpo docente – ha detto – capire se il digitale è usato male». Di qui la necessità dei docenti di affrontare la cultura digitale.

C.G.

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