Modena. Mobilità: l’auto batte bus e treni. Il sostenibile è in fase di calo

I dati dell’inchiesta Rus con 79 università indica le criticità Traffico e smog: durante il lockdown Pm10 in modesto calo

Carlo Gregori

Un consistente calo di biossido d’azoto e uno molto meno rilevante di Pm10. Soprattutto un vistoso picco di Pm10 il 26 marzo 2020. Questo il quadro della qualità dell’aria nella Pianura Padana durante il lockdown. Chi si aspettava un crollo verticale dei fattori inquinanti col blocco del traffico ha dovuto rivedere i suoi giudizi: la realtà del ciclo inquinate è molto più complessa. E i modelli di simulazioni in un ambiente climatico futuro più caldo indicano che la Pianura Padana avrà problemi di ozono più che di Pm10. Lo ha spiegato ieri a Modena Smart Life Michele Stortina di Arpae illustrando i modelli di simulazione per l’impatto del traffico sulla qualità dell’aria nella Pianura Padana, una delle zone più colpite d’Europa. Ma il picco del 26 marzo a cosa era dovuto se quasi nessuno circolava? Era una nube di particolato inquinante arrivata dal Mar Caspio. Una nube che l’esperto di aria ha definito “naturale”, termine discutibile perché la presenza della nube in Italia non è stato un fenomeno locale emiliano ma rinviava a qualche evento o fattore locale del Caspio non chiarito quando quell’area è sottoposta a forte inquinamento da estrazione e raffinazione di petrolio.


L’intervento è stato tenuto nel corso dell’incontro organizzato dal Dipartimento di Ingegneria Unimore che si occupa di mobilità. Sotto la guida della professoressa Grazia Ghermandi, si è parlato di modelli e interventi sulla mobilità sostenibile tenendo presente un esperimento ristretto all’ambito universitario in corso dal 2015 e che ha prodotto due studi, l’ultimo sul 2019, quindi pre-pandemia. Attraverso questionari e studi 79 Università nella rete Rus hanno partecipato all’indagine per capire come si spostano studenti, personale e docenti. I risultati emersi sono stati presentati dal professor Matteo Colleoni dell’Università di Milano Bicocca e da Massimiliano Rossetti.

Vanno considerati fattori, ha spiegato Colleoni, che riguardano il futuro prossimo: un forte aumento della popolazione, l’aumento dei redditi e del possesso di automobili. Quindi si prevede un forte aumento della motorizzazione mondiale. Secondo i dati Aci 2021, il parco veicolare italiano è salito a 52 milioni di mezzi, spesso vecchi (la media è di 11 anni) dei quali il 62% è sotto l’Euro 5; nove su dieci a benzina o diesel. Dato ancor più preoccupante: la mobilità sostenibile è in una fase di decrescita. «Insomma – ha commentato – a fronte di una crescente consapevolezza ci sono elementi di criticità». Nell’inchiesta pubblicata emerge che il dato critico che per raggiungere le università i mezzi pubblici, se vengono utilizzati molto al nord e per le grandi città, nel centro e nel sud non lo sono mentre ci si sposta in prevalenza con le auto. Nello specifico il trasporto pubblico è utilizzato dal 60% degli studenti mentre lo è solo dalla metà (33-34%) dei docenti e del personale. Al contrario metà dei docenti (47%) e personale (52%) usano l’auto o la moto e solo il 19% i mezzi pubblici. La mobilità attiva (bici e piedi) è appannaggio di una minoranza: 19% degli studenti, 18 % insegnanti e 13% personale.

I dati presentati sono molti di più, ma il risultato non cambia: intorno al polo universitario ci sposta in prevalenza in bici e a piedi ma tanti usano ugualmente l’auto, mentre i nodi sono i trasporti pubblici dai bacini regionali e le università piccole poco servite dal trasporto pubblico, come al centro e nel sud. Cosa fare? La politica di concessione per disincentivare l’uso delle auto è poco efficace. Le restrizioni - ad esempio l’accesso ai posti auto all’università - andrebbero modulate in base alla distanza e al mezzo di chi li usa. La persuasione (le campagne contro un atteggiamento) funzionano poco. Dà risultati il marketing personalizzato: attraverso il Gps si contattano sui profili social i singoli per avanzare proposte, come si fa alle università di Cagliari e Napoli Vanvitelli. Infine, ampio spazio alle innovazioni. Compito della rete Rus, ha aggiunto Colleoni, è dare indicazioni: «Servono ricerche nazionali sul tema, politiche integrate con pianificazioni e studi urbanistici per ottenere risultati più efficaci».

Francesca Despini di Unimore ha illustrato i dati modenesi: nel 2019 gli intervistati dell’università utilizzavano per il 56% l’auto, il 14% il treno e il 16% raggiungeva la facoltà in bici. Per gli studenti: 40% auto, 22% treno, 12% bici, 10% a piedi, 1 in moto. Dati che evidenziano diversità di spostamento in base alle distanze. Molti hanno detto di usate il bus o il treno perché non hanno un mezzo proprio oppure costa meno. Numerosi si sono detti disponibili a integrare il bus con la bici. Tanti hanno criticato orari e costi dei bus. È in ogni caso emersa una necessità di modulare meglio gli orari di Seta per il mondo universitario. Ma questo intervento richiederebbe un approfondito studio di mobilità.

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