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Da Modena al Kyrgyzstan. Duemila chilometri in bici: fame, sonno, fatica e... stelle

David Gambuli ha partecipato alla Silk Road Mountain Race in solitaria «I momenti di sofferenza sono stati tanti, ma il primo problema è mentale» 

Francesco Cottafava

La Silk Road Mountain Race è una gara di bikepacking senza supporto esterno che si svolge nelle remote valli del Kyrgyzstan. Probabilmente è la più dura al mondo, infatti ogni anno arriva al traguardo solo la metà dei corridori che partono, sicuramente è la più bella: il Kyrgyzstan, chiamato anche la Svizzera dell’Asia, vanta una natura incontaminata di una bellezza ineguagliabile.


David Gambuli non solo ha terminato la Silk Road, ma l'ha conclusa al quinto posto sfiorando il podio in poco più di nove giorni. «La gara è lunga 1860 chilometri per 31.000 metri di dislivello. Ma questi numeri non raccontano bene la durezza del percorso. Ci sono solo tre tratti di strada asfaltata, per il resto è sempre sterrato. Ci sono canaloni in discesa lunghi decine di chilometri con grosse pietre in mezzo alla strada, oppure avvallamenti che mi hanno fatto abbassare il sellino per le vibrazioni alla bici. In salita poi, molto spesso, la pendenza superava il 20%, quindi sei costretto a spingere la bici a piedi. A volte bisogna caricarsi la bici in spalla, come quando abbiamo trovato una montagna completamente franata. Ci sono passi che arrivano fino a 4000 metri di altitudine, questo vuole dire che puoi trovare forti nevicate o la temperatura possono scendere fino a 5 gradi sotto zero. Però dopo due/tre ore di discesa ti trovi a valle con 35 gradi. Questo repentini e drastici cambi di clima sono devastanti, non sai mai cosa aspettarti. Siamo partiti in 100, all'arrivo siamo arrivati in 52. La maggior parte dei partecipanti ha abbandonato la gara perché non ha resistito fisicamente».

Una sfida con se stessi che passa (quasi) tutta dalla resistenza mentale.

«Tutti si chiedono come facciamo a resistere fisicamente a questi sforzi, ma il segreto è la testa. Quando stai in sella ad una bici per ventiquattro ore lo sforzo non è lineare ma esponenziale. Più va avanti la gara più è decisivo il tuo atteggiamento mentale. Per questo negli ultra trail la differenza tra maschi e femmine si appiattisce. Ho avuto diversi momenti complicati. Quando pensi di aver raggiunto il massimo della sofferenza, il giorno dopo ne fai ancora di più. Il primo giorno della Silk, tra neve e fango, ho sofferto tantissimo, ma il momento peggiore, forse, è stato quando su uno sterrato di 200 chilometri, con anche molta grandine, ne ho percorsi più della metà controvento».

Come si gestiscono in una gara del genere il sonno e la fame?

«Mi sono fermato ogni notte dormendo sempre, tranne una volta, sotto le stelle. È una cosa meravigliosa che non posso spiegare. Ho un copri sacco a pelo impermeabile che è perfetto per fare un bivacco. Se piove? Mi tiro su il sacco e mi copro la faccia (ride, ndr). Non dormire, o dormire poco, in questo tipo di gare è deleterio. Non mi sono portato nulla per cucinare ma avevo 20 salsicce umbre con me, che usavo come snack energetici, poi mi fermavo a mangiare nei vari villaggi. Poteva trascorrere anche mezza giornata senza incontrare nessuno, a parte gli animali ovviamente. C’erano pascoli ovunque, cavalli stupendi, è poi mi sono riempito il cuore e gli occhi di paesaggi meravigliosi. E' veramente un posto magico».

Ma David come è diventato un ultracyclist?

«Sono sempre andato in bici, diciamo che provengo dal mondo del cicloturismo. Il mio primo viaggio con la bicicletta l’ho fatto quando avevo nove anni, insieme a mio padre. Poi ho iniziato ad appassionarmi e ho iniziato a viaggiare con amici, ma anche da solo, per esempio sono andato da Monaco a Parigi, oppure partendo dalla Puglia fino ad arrivare in Sicilia. Ho provato a fare anche agonismo, all’età di quattordici anni, ma richiedeva tanto tempo ed era un mondo che non mi ha mai affascinato».

La svolta però è arrivata in un momento tragico per ogni amante delle due ruote, ovvero il furto della propria bicicletta.

«Mi rubarono una Cannondale da cicloturismo, insieme a una bicicletta di mio padre. Mi misi quindi alla ricerca di un nuovo mezzo e trovai una Gravel in offerta, che aveva la predisposizione per agganciarci il portapacchi. Appena presa l’ho voluto testare sulle strade bianche (una strada sterrata ricoperta con uno strato di sassi o ghiaia ndr) e ho pensato subito “wow, che figata”. Visto che mi sentivo più portato da un punto di vista fisico per eventi lunghi e faticosi, ho deciso di iscrivermi a qualche trail tra il 2018 ed il 2019. Il Carso trail, 300 chilometri, l’ho concluso senza dormire e mi sono classificato ottavo, anche il Tuscany trail l'ho concluso senza dormire in 41 ore. Infine ho vinto il Lazio trail. Devo ammettere un po’ inaspettatamente, anche perché è una gara di 850 chilometri con 22.000 metri di dislivello. Quindi mi sono detto “perché non provare a sfidare quelli bravi?».

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