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Modena. Le ossessioni del Drake in 35 anni di cause legali I segreti inediti di Enzo Ferrari

Per la prima volta nell'archivio ereditato dal nipote dell'avvocato Cuoghi. Enzo Ferrari e l’avvocato Giacomo Cuoghi: una sottile amicizia, tanti segreti industriali

MODENA. Enzo Ferrari e il suo avvocato. Questa è una storia finora sconosciuta tra due uomini dal carattere forte e spesso irascibile legati per 35 anni da interessi professionali e da una ferrea stima diventata amicizia. Un affetto rimasto leggermente distaccato: anche se spesso insieme, non si diedero mai del “tu”, sempre del “lei”. L’avvocato si chiamava Giacomo Cuoghi. A Modena lo chiamavano Mino. Da bambino aveva preso la poliomielite ed era rimasto basso. Enzo Ferrari era invece cresciuto alto e robusto. Mino era famoso a Modena per la sua eleganza e i suoi abiti sartoriali, Enzo vestiva in modo sportivo. Così diversi, eppure così simili.



UN LUNGO ARCHIVIO

Ora l’archivio professionale dell’avvocato Giacomo Cuoghi, morto nel 1989 - un anno dopo Ferrari - è stato aperto per la prima volta a uno sguardo estraneo ai familiari. Lo ha fatto per la Gazzetta il nipote Giovanni Battista, anche lui avvocato. A una condizione: di non riportare il contenuto dei fascicoli conservati. Perché sono centinaia quelli che riguardano sia Enzo, come persona fisica, che l’azienda collegata, al Sefac diventata nel 1960 Ferrari Spa, più altre cause che interessano dirigenti a titolo personale. In quell’archivio c’è un mondo intero, quello di un genio dei motori e del suo impero. Piccolo ma solido e robusto come il Drake lo voleva ossessivamente. Sono cause civili che dagli anni ‘50 agli ‘80 ogni volta ribadiscono sempre lo stesso concetto davanti a tutti i tribunali d’Europa: la Sefac/Ferrari fa automobili perfette.



TURBOLENTA AMICIZIA

Per capire questo legame forte ma turbolento tra Enzo e Mino bisogna tornare a una Modena ormai sparita, quella di un secolo fa. Mino – fratello del nonno paterno dell’avvocato Giovan Battista Cuoghi - crebbe in una famiglia nella quale non mancarono gravi lutti. Lui e il fratello Giuliano (che diventerà notaio) rimasero orfani da bambini. Crebbero insieme così uniti che Giacomino, pur avendo un anno in più, si fece bocciare pur di stare in classe col fratello. Diventato avvocato, dopo la Seconda guerra mondiale si fece presto spazio nel mondo legale italiano. «Allora c’erano pochi avvocati i Italia e quelli migliori emergevano – spiega il nipote – zio Mino era già un nome quando iniziò a seguire Enzo Ferrari, allora agli inizi della sua avventura». A Modena era molto conosciuto per i suoi tratti borghesi eleganti. Amava vestire in modo impeccabile ed era un uomo di cultura. Ma serbava in sé un’inestirpabile radice geminiana che lo faceva sbottare. Il suo senso dell’umorismo, molto spiccato, veniva stemperato in poche parole che potevano stendere un avversario. Perciò era temuto. Era proprio l’uomo che faceva per il Drake.



AVERE RAGIONE

Tra i due si sviluppò velocemente un rapporto solido già agli inizi degli anni ‘50, quando la Sefac/Ferrari stava diventando un marchio automobilistico di fama internazionale e le sue auto erano richieste da aristocratici, industriali, celebrità, divi del cinema e giovani piloti che volevano mettersi in luce nel campo delle corse. Ferrari lo incaricò di alcune cause, ma presto, nel giro di un anno o due, Cuoghi si occupò di quasi ogni attività legale di rilievo che coinvolgesse la Ferrari e il suo proprietario. Il motivo era che Enzo aveva una fiducia quasi illimitata nelle sue capacità. «Mino diceva che Ferrari era sì cocciuto ma alla fine se notava qualcuno che aveva idee migliori delle sue lo seguiva. Ma voleva risultati, altrimenti la fiducia spariva in un attimo. Mino diventò così il suo uomo di fiducia. Successe a forza di ottenere i risultati che Ferrari gli chiedeva».

Non c’è una vera storia in questa relazione. Iniziò allora e velocemente diventò routine fino alla morte di entrambi. Da allora scaturì un legame molto forte tra i due. Un rapporto che non riguardava solo le controversie legali e le continue beghe coi venditori e i fornitori.



CHIAMATE ALL’ALBA

Racconta il nipote: «Ogni mattina alle 6 arrivava la telefonata di Ferrari allo zio. Ogni mattina a quell’ora. E lui era già pronto». Un gesto ossessivo che segnava l’inizio di una lunga giornata di lavoro nella quale alle vecchie pratiche da seguire se ne sarebbero immancabilmente aggiunte altre e si sarebbe dovuto dare un seguito o una conclusione a quelle vecchie.

Spesso s’incontravano nello studio Cuoghi, in corso Canalchiaro. Verso le 8.45 Enzo andava dal barbiere in corso Canalgrande. Alle 9.15 l’autista lo lasciava al portone dello studio legale. Enzo entrava, la segretaria Luciana lo faceva accomodare senza preamboli nel salone dell’avvocato. Da lì iniziavano discussioni che in breve diventavano tempestose. Oggi forse sarebbero definite “brainstorming”, allora erano semplici sfuriate in cerca di un’uscita da una situazione che il Drake non tollerava. «Lo studio aveva un doppio ingresso – racconta l’avvocato Giovanni Battista che nel vecchio ufficio ha lavorato nei primi anni della sua attività – c’erano due file di porte, voglio dire. Quella più interna era insonorizzata. Serviva proprio per evitare che si sentissero le grida che facevano Ferrari e lo zio. Ma ogni tanto la segretaria Luciana terrorizzata telefonava per chiedere se andava tutto bene. E si prendeva anche lei una buona dose di imprecazioni dallo zio».

Entrambi suscettibili, i due avevano un temperamento focoso. Da un lato Enzo, industriale coi modi spicci dell’epoca, uno che voleva sapere tutto, compresi il dettaglio di ciò che produceva e come veniva presentato al pubblico. L’altro, un avvocato famoso per la sua logica stringente e nessuna concessione alle chiacchiere o alle idee balzane. Enzo si rivolgeva a Mino per un parere su una faccenda che lo tormentava. Mino gli studiava una soluzione fuori dai denti, magari sgradevole ma che avrebbe centrato l’obiettivo. Enzo non ne voleva sapere: l’avvocato doveva fare come diceva lui, perché lui pagava e lui sapeva come andavano le cose. L’avvocato alzava la voce per ribadire che facesse pure di testa sua e così via. Scoppiavano discussioni accese, dai toni esasperati, piene di improperi ed esclamazioni dialettali. «Alla fine – racconta il nipote – Ferrari usciva a passo veloce tutto serio. Lo zio riprendeva il lavoro. Dopo un giorno o due compariva Franco Gozzi, l’uomo di fiducia del Drake, per dire allo zio di fare come aveva detto lui. Ma non lo diceva mai a nome di Ferrari».

Col tempo, Ferrari utilizzò sempre più le capacità forensi di Cuoghi in un altro settore che gli faceva saltare i nervi: le relazioni con la stampa. Le telefonate alle 6 di mattina riguardavano soprattutto le sue reazioni colleriche verso le critiche ingiuste e gli sbeffeggi che leggeva sulle riviste specializzate di automobilismo quando le “rosse” non vincevano qualche gran premio o i piloti non brillavano. Ce l’aveva in particolare con due famose riviste di motori che non gli risparmiavano critiche e battute pungenti. Ogni volta l’avvocato doveva placare l’ira, fargli capire che una querela per diffamazione sarebbe stata inutile se non controproducente. E ogni volta finiva per farsi carico di una nuova incombenza. «Lo zio telefonava ai direttori delle riviste, che ormai conosceva bene a forza di sentirli, e spiegava che al Cavaliere non era piaciuta quella frase o quella ricostruzione dei fatti. E pacatamente ma in modo evidentemente convincente otteneva rettifiche oppure nuovi articoli in cui la Ferrari veniva messa nella sua giusta luce. Ma alle riviste piaceva punzecchiare Ferrari...»


PROBLEMI DI IMMAGINE

Poi c’era il grave problema d’immagine causato dalla morte di piloti in gara o alle prove. Una tragedia che si sommava ai giudizi crudi che a volte, come quello dell’Osservatore Romano, mettevano uno stigma non solo sul Drake ma su tutto il mondo delle corse: il giornale del Vaticano scrisse infatti alla fine degli anni ’50 che Ferrari era «un saturno ammodernato che divorava i suoi figli». Una frase che amareggiò molto Ferrari. Il suo avvocato dovette imparare - prima di tutti e molto avanti coi tempi – l’arte delle pubbliche relazioni e dell’ufficio stampa. Doveva farlo anche contro le intenzioni del Drake che, se infuriato, avrebbe solo gettato benzina sul fuoco. Di qui, quel suo modo deciso e fermo con il suo cliente celebre. A lui toccava arginare la rabbia e il dolore del Drake verso un mondo che lo criticava secondo lui ingiustamente. Col passare degli anni, Enzo e Mino iniziarono a vedersi anche fuori dallo studio legale. Siccome discutevano costantemente di cause, il Drake iniziò a chiamarlo a pranzo. Si vedevano spesso sulla pista di Fiorano per seguire le prove. Infine Ferrari prese l’abitudine di chiedergli se voleva vedere con lui la corsa davanti alla tv. I due seguivano insieme i gran premi in costante collegamento telefonico coi box.



IL CASO VILLENEUVE

Poi arrivò il caso Villeneuve. «Villeneuve, che veniva dal mondo delle corse su motoslitta in Canada, era un outsider. Ferrari credeva nel suo talento ma Villeneuve non piaceva a tutti in azienda. Tanti si lamentavano col capo dei danni che faceva alle auto. Ferrari taceva. Gli ricordarono che Villeneuve poteva essere lasciato a casa e si poteva fargli pagare una penale per i conti salati che lasciava ogni volta a Fiorano o su altre piste. Ma il cavaliere volle tenerlo. Alla fine spiegò che gli incidenti di Villeneuve erano delle specie di crash test importanti che rendevano l’auto da corsa migliore mettendone in luce difetti e limiti. Fu una grande intuizione: tecnologicamente la Ferrari si spinse molto avanti in quegli anni».

Molte delle cause conservate nell’archivio di Giacomo Cuoghi riguardano piccole questioni coi fornitori e i venditori. Sono lo specchio della cura quasi maniacale che Ferrari riservava a ogni singolo pezzo dell’auto in produzione. Era un accentratore nel lavoro. Non solo in quello d’ufficio e tecnico ma anche per gli aspetti più banali come il magazzino. Voleva sapere tutto. Sceglieva accuratamente le singole parti e le ditte che li fornivano.

«Se i fanali non erano quelli richiesti – spiega Giovanni Battista Cuoghi – chiedeva allo zio di mandare una lettera di richiamo formale all’azienda per procurare al più presto un modello migliorato. Cioè quello che voleva Ferrari. Da questi documenti legali si capisce che Ferrari faceva la revisione sul lavoro di ogni singolo operaio e diceva la sua su ogni aspetto della produzione, anche sui dettagli che sembravano più insignificanti. Lui osservava, lui decideva, lui ordinava che si facesse come aveva deciso. Tranne che con lo zio. Con lui non poteva imporsi. Era lo zio che doveva trovare la via per raggiungere ciò che gli chiedeva Ferrari».



ATTENTO E SOSPETTOSO

Infine, i reati penali. Nell’archivio ci sono numerosi casi di truffe e plagi lamentati dal Drake o dall’azienda. Storie a volte banali, ad esempio di finti piloti che si accreditavano come suoi uomini, o faccende più serie. La più grave, già alla fine degli anni ‘50, era la falsificazione delle auto o di singoli pezzi. Un giro già allora diffuso e alimentato a volte da ex carrozzieri emiliani che conoscevano le procedure della Ferrari. Non tanto per auto rarissime già allora come la Gto o la Dino, quanto per modelli come la 208 o la 308 o la 250Gt. Infine i Ferrari Club. È notorio che Il Drake non li amasse. Così come volle strenuamente la creazione dell’ente per la lotta contro la distrofia muscolare dedicato a suo figlio Dino, una pratica che seguì Mino Cuoghi col Comune di Maranello, allo stesso modo diffidava dei club di tifosi. Riconobbe solo pochissimi circoli ferraristi modenesi. «Non li gradiva – spiega il nipote di Mino Cuoghi – lo insospettivano, perché per suo carattere tutto doveva passare il suo vaglio. A ogni piccola critica che usciva da quegli ambienti minacciava una querela».

UN’IMPERCETTIBILE DISTANZA

Li unì un’amicizia leggermente distaccata ma profonda. Fu interrotta dalle loro morti. Prima Enzo, il 14 agosto 1988, sepolto a San Cataldo. Poi, nel 1989, Mino, sepolto a Fiorano. «Di fatto, la loro fu un’amicizia – conclude il nipote di Mino Cuoghi - ma era qualcosa di difficilmente comprensibile oggi. Non fu un’amicizia completa: tra loro rimase un’impercettibile distanza. Era dovuta al loro rapporto professionale. Si sono dati del “lei” ogni giorno per 35 anni e spesso passavano insieme ore e ore anche senza parlare di lavoro. Discutevano accanitamente, urlavano, si infuriavano, battevano i pugni, si guardavano in cagnesco, si mandavano a quel paese, ma subito dopo si cercavano. Si fidavano l’uno dell’altro. Lavoravano così».