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Modena. Gibellini e la maxi-causa all'Ausl per il caso dei funerali pilotati «Scoperchiato un sistema»

Il patron delle onoranze funebri Gibellini e la richiesta di 5 milioni di risarcimento «Scriverò a Draghi: chi sbaglia, nel nostro settore, deve cessare l’attività»

Serena Arbizzi

«Fino a una decina di anni fa, quando mi sono imbattuto nella situazione divenuta poi oggetto di processo, pensavo che certe cose avvenissero solo al sud. Invece, mi sono accorto, pian piano, che il sistema è molto diffuso».


Gianni Gibellini, patron dell’impresa di onoranze funebri Cofim, spiega cosa lo ha spinto a fare causa di risarcimento per 5 milioni, tramite l’avvocato Gianpiero Samorì, dopo la condanna di un’addetta alle camere ardenti di Baggiovara, poi prescritta, per aver indirizzato le famiglie dei defunti verso alcune agenzie in cambio di denaro.

«Si è trattato di un’indagine molto difficile che ha visto le forze dell’ordine e la Procura davvero impegnate nel portare a casa un risultato importante sulla base di prove raccolte tra parenti e testimoni interrogati – continua Gibellini – Era una prassi andata avanti per anni. Ho perso il conto di quante volte ho dovuto andare in aula per sostenere gli interrogatori, ma alla fine è emersa la verità. Le indagini sono state delicate, ma molto precise. Questo ha portato alla luce un vero e proprio sistema, dimostrabile tramite gli atti che ho in mano e le deposizioni durante il processo. La dipendente, certo, era la più spregiudicata, ma, ripeto, c’era anche un sistema. Noi non siamo caduti in questa trappola: diverse agenzie, come noi, non pagavano per avere i funerali e ne siamo fieri. Non siamo caduti in questo tranello. Ho segnalato più volte il problema all’azienda sanitaria, ma mi sono sempre sentito rispondere che era tutto a posto e che ero io quello che doveva stare attento a quanto dichiarava. Ciò mi ha spinto ad andare avanti ancora di più».

Gibellini è un fiume in piena: ha in progetto di scrivere al presidente del consiglio Mario Draghi e ha già inviato lettere a ministri e sottosegretari. «Sto per scrivere anche a Letta – aggiunge – Noi vorremmo che chi sbaglia, tra noi imprenditori del settore delle onoranze, non avesse più l’occasione di esercitare l’attività. Abbiamo passato momenti molto difficili, noi che non ci siamo piegati al ricatto: chi non stava al gioco, veniva trattato male e subiva dispetti… Ci facevano aspettare ore per ottenere i documenti necessari all’atto di morte, ora diventato telematico. E, anche oggi, la situazione presenta diversi aspetti da chiarire: abbiamo notizia che qualche impresario stia davanti alle camere ardenti dell’ospedale... Noi chiediamo innanzitutto chiarezza per le famiglie e per le agenzie che si comportano correttamente. Rispetto alla nostra vicenda, chi ha subito i danni maggiori, infatti, sono stati i famigliari perché parlavano con qualcuno che pensavano fosse serio, invece si è preso gioco di loro».

La prossima udienza per la maxi richiesta di risarcimento da 5 milioni avanzata da Gibellini vede l’azienda sanitaria come controparte, dal momento che la dipendente infedele era una lavoratrice dell’Ausl.

L’azienda sanitaria, interpellata sull’argomento, precisa che «il giudizio è pendente; l’Azienda Usl ha contestato punto per punto le asserzioni di Cofim e le prove da essa addotte ed è in fiduciosa attesa della sentenza che ragionevolmente verrà emessa nel corso del prossimo anno».

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