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Nonantola. Alluvionati sull’argine «I tempi per i rimborsi sono da prolungare»

La camminata dei cittadini lungo il fiume Panaro «Evento tragico e prevedibile Adesso serve una deroga per la conta dei danni» 

Ernesto Bossù

NOnantola. Si ricorda un dramma per non viverlo più. È questo l’obiettivo del Comitato Alluvionati di Nonantola, che da qualche tempo è diventato a tutti gli effetti un’associazione che conta più di 200 iscritti. E ieri alcuni di questi si sono trovati a ripercorrere quell’argine che, undici mesi fa, ha cambiato la vita di centinaia di famiglie e provocato danni per decine di milioni di euro. Ma la cosa che più fa arrabbiare – stando alle testimonianze – è la convinzione che tutto questo poteva essere scongiurato. L’Università di Parma, ad esempio, aveva già fatto una relazione, prima dell’evento, dall’esito spiazzante: le barriere del fiume versavano già allora in pessimo stato.


«Inoltre lo sforzo a cui era sottoposto l’argine al momento del cedimento – racconta Massimo Neviani, componente del comitato salute ambientale Campogalliano – non era eccessivo, altri argini avrebbero retto senza problemi. La discriminante sta nel fatto che in quel particolare punto non c’era argilla ma solo paglia e materiali particolarmente fragili. E questo ce lo dice il rapporto dei tecnici ingaggiati dalla Regione per studiare le cause legate alla rottura».

«Il fatto che si potesse prevenire – afferma Daniele Angelini, un alluvionato – ci fa capire che la macchina non funziona. Bisogna correre ai ripari prima, non arrivare sempre dopo. Peraltro, quando mi hanno avvisato della fuoriuscita dell’acqua, non credevo fosse così tanta. È stato un disastro».

Sono invece strazianti le parole di Gloria Donini, che con la sua famiglia abita a Nonantola: «Alle 10.30 circa è arrivata a casa nostra la Protezione Civile avvisandoci di stare ai piani alti perché stava esondando il fiume. Io e le mie due figlie ci siamo affrettate a portare in alto tutto ciò che riuscivamo. Un’ora e mezza dopo, a mezzogiorno, il ragazzo di mia figlia l’ha chiamata avvertendola del fatto che l’acqua stesse giungendo verso la nostra abitazione. Allora sia lei che sua sorella sono andate a recuperare le macchine e a portarle via. Io sono rimasta in casa, dov’è entrato un metro e ottanta centimetri di fanghiglia. Sono stati momenti tragici, stavo urlando dalla disperazione. Alla fine i danni preventivati corrispondono a una cifra di 70mila euro, di cui solo 450 per ora sono stati rimborsati. Cosa desidero? Di cambiare casa e zona, non mi sento più sicura qui».

Quello dei rimborsi è il capitolo più lungo e complesso. Le pratiche burocratiche di valutazione dei danni sono difficili da compilare, e spesso i tecnici si fanno attendere per le valutazioni. Ciò che chiede il comitato ad Amministrazione comunale e regionale è di prorogare almeno di un mese la chiusura dello sportello per l’accettazione delle richieste di rimborso, prevista per ora l’11 novembre. «Sarebbe un segnale importante – affermano Paolo Rizzo e Andrea Pederzini, i due portavoce dell’associazione – perché finora siamo stati inascoltati. Nel nostro piccolo abbiamo provato a fornire assistenza, aprendo uno sportello di aiuto per la compilazione delle domande per il rimborso, ma serve uno sforzo anche della classe politica e amministrativa. Le perizie asseverate dei geometri, quelle sopra i 15mila euro, vanno a rilento e sono tante. Non si possono lasciare indietro famiglie che hanno subito danni».

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