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«Il vento sta cambiando: gruppi emiliani protagonisti di shopping all’estero»

Raffaele Giardino: «Si stanno moltiplicando anche le nostre aziende che si sviluppano attraverso acquisizioni oltre confine»

GIANLUCA PEDRAZZI

La dimensione è un concetto relativo. «Si è abituati a guardare il fatturato ma la dimensione di un gruppo industriale conta però non è tutto. Prendete il gruppo Fiat. Marchionne aveva capito bene che per Fiat il problema era duplice: dimensione e redditività in un mercato che parla a livello globale. La vera forza, credo, sia la quota di controllo che ha sul mercato. E in Emilia-Romagna abbiamo imprese che possono dire la loro sui mercati di mezzo mondo».


Raffaele Giardino, modenese, dirigente ed economista nello staff della direzione generale della divisione “Economia della Conoscenza del lavoro e dell’impresa” della Regione è con il professor Giovanni Solinas uno dei più affermati studiosi del fenomeno multinazionali in Italia.

Giardino, lei crede che le “multinazionali tascabili” della Via Emilia riusciranno ad arginare la calata dei grandi gruppi stranieri?

«Sicuramente stanno già esportando il modello della “multinazionale tascabile” come tanti le hanno definite e lo fanno con successo. Ci sono aziende sull’asse Reggio, Modena, Bologna che nel loro mercato sono assolutamente leader a livello mondiale. Penso al distretto bolognese del packaging con gruppi come Ima o Gd. Penso alle aziende del biomedicale che in questi mesi tutto il mondo ha scoperto nella lotta al Covid e alla capacità di inventarsi soluzioni per favorire la respirazione in un modo meno invasivo possibile. E devo dire che, in questi anni, abbiamo anche assistito a una forte accelerazione delle imprese emiliane che si internazionalizzano sul versante della ricerca.

In questo senso il contributo della Regione, con la realizzazione dei Tecnopoli è molto importante: quello di Mirandola al servizio del biomedicale è la conferma di scelte vincenti con il soggetto pubblico che favorisce e stimola i protagonisti del territorio.

Penso pure a gruppi reggiani come Interpump, Emak, Comer, alla modenese Mgd di Soliera e alla Wam di Cavezzo. Loro da anni stanno andando controcorrente: vanno all’estero e acquistano aziende locali e quote di mercato. In alcuni casi erano già in Cina ancora prima di brand importanti.

Tessevano rapporti globali quando la globalizzazione non era ancora entrata nel vocabolario quotidiano e la Cina sembrava ancora lontana».

Americani, tedeschi, francesi... In che modo le multinazionali in Emilia si rapportano con il territorio?

«Negli anni è sempre più evidente che le multinazionali tedesche parlano la stessa lingua degli imprenditori “illuminati” italiani. E cioè, investono a lungo raggio. Hanno progetti di ampio respiro e con orizzonti lontani.

L’approccio dei gruppi americani è, invece, quello di affrontare tutto partendo da un punto fermo: i numeri. È su quello che l’americano ragiona a differenza di noi europei».

Il presente e il futuro è anche l’arrivo dei cinesi con aziende che anche qui passano sotto il loro controllo.

«Sì, hanno già iniziato con presenze nella Motor Valley e progetti ambiziosi che sfruttano le nostre competenze e tecnologie. A loro questo interessa: la tecnologia.

Prendiamo il caso della Sir o della Goldoni Trattori nell’area del Carpigiano che sarà pure caduta in disgrazia, ma i cinesi conoscono bene il valore del marchio e il know how interno sul piano umano».

E c’è un problema di generazioni che dopo i fondatori preferiscono uscire di scena.

«Parte delle cessioni che favoriscono l’ingresso di capitali stranieri in Emilia è dovuto anche a questo. E Modena fu tra le prime a toccare con mano la questione: in questo senso l’uscita di scena dei Panini è emblematica. Il più classico e calzante degli esempi.

In Germania e all’estero il ragionamento è diverso: le grandi famiglie arrivate a un bivio creano Fondazioni esterne all’azienda per fare propri gli utili non prima di aver messo al timone delle aziende manager all’altezza.

Le famiglie fanno un passo indietro ma non escono di scena. E il vantaggio è triplice: per la proprietà, lo sviluppo dell’azienda e il territorio locale che viene messo al riparo da scelte fatte da lontano, in un altro paese».