LO SPECIALE / Modena, tragedia in via dei Manzini. Uccide la mamma e lo racconta al bar: "L'ho fatta finita"

Si chiama Carlo Evangelisti l’uomo di 48 anni che dovrà rispondere dell’ omicidio della madre 71enne Milena Calanchi, trovata senza vita il 16 novembre nella sua casa di Modena, in una villetta di via dei Manzini. L’uomo, reo confesso, si è costituito alla polizia. La ricostruzione e le testimonianze nei servizi di DANIELE MONTANARI

 

Si chiama Carlo Evangelisti l’uomo di 48 anni che dovrà rispondere dell’ omicidio della madre 71enne Milena Calanchi, trovata senza vita questa mattina nella sua casa di Modena, in una villetta di via dei Manzini. L’uomo, reo confesso, si è costituito alla polizia. A coordinare le indagini è il pm Lucia De Santis. Secondo quanto emerso, il rapporto tra madre e figlio era turbolento a causa anche dell’alterazione psicologica del 48enne che pare fosse seguito per abuso di alcol, problema accentuato dalla fine di una sua relazione. Non è chiaro al momento come l’uomo abbia ucciso la madre: dopo l’ omicidio sarebbe andato in un bar e avrebbe confessato a un amico quanto accaduto che a sua volta ha dato l’allarme convincendo poi luomo a costituirsi.

Modena, uccide la madre e va al bar

 
 
Uccide la madre e va al bar
Carlo Evangelisti agli amici: «L’ho fatta finita». Probabile strangolamento
 
Ha ucciso la madre, ma non è stato un raptus improvviso e imprevedibile. È stato il culmine dell’ennesima lite, e questo porta molti a pensare che questa sia la cronaca di una tragedia annunciata. 
 
Si è consumata nelle prime ore di ieri mattina, verso le 8.30, nella villetta a schiera al 122 di via Dei Manzini, laterale di via Fratelli Rosselli vicina al Parco Amendola. Qui poco prima delle 10 è stato trovato riverso a terra privo di vita il corpo di Milena Calanchi, 71 anni. L’ingresso era chiuso dall’esterno: è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco per aprire la porta, su mandato degli agenti della Squadra Mobile di Modena. Ad attivare la polizia una chiamata arrivata alle 9.30 dal Bar Juve, lì vicino in viale Amendola. E lì si era recato Carlo Evangelisti, 48 anni, figlio della donna. Come ha fatto tante altre volte, perché quello è sempre stato un po’ il suo bar, quello dove ritrovava abitualmente gli amici. Ma ieri uno di loro è sbiancato quando lui, ancora in stato confusionale, gli ha detto: «Sai, stamattina ho ucciso la mamma».
 
Da qui l’immediata chiamata del bar al 113, l’arrivo della Volante e, davanti agli agenti, l’ammissione del figlio: «Sì, l’ho fatto». È stato quindi accompagnato in Questura, mentre altri agenti correvano all’abitazione, trovando appunto l’ingresso chiuso da fuori.
 
 
Una volta dentro, la conferma del racconto agghiacciante: al piano superiore, in camera da letto, giaceva il corpo senza vita di Milena. Inutili i soccorsi, era già morta almeno da un’ora. Ne è stata data immediatamente comunicazione alla Procura, sul posto con il pm Lucia De Santis. Quindi con il supporto della Scientifica sono iniziati tutti i rilievi di quello che era ormai diventato un delitto, con un soggetto più che fortemente indiziato perché reo confesso. A ieri sera era ancora sotto interrogatorio in Questura: con tutta probabilità andare a stamattina sarà già stata formalizzata la procedura di arresto. 
 
Uccisa come? L’unica certezza in questo momento è che non è stato trovato sangue sul cadavere. E che quindi non esiste nessuna arma del delitto. Il corpo era integro, senza alcun apparente segno di avvelenamento. In questi casi quindi le strade sono due: il soffocamento o lo strangolamento. La certezza si avrà solo con l’esame in Medicina legale, che con tutta probabilità inizierà già stamattina. Ma dai primi elementi raccolti, e da alcuni segni trovati sul collo, sembra più probabile la pista dello strangolamento.
 
 
Se fosse confermata, vorrebbe dire che il figlio ieri mattina, all’apice dell’ennesimo litigio, le avrebbe messo le mani addosso e non si sarebbe più fermato, sfogando tutta la sua rabbia nei suoi confronti. Che il rapporto madre-figlio non fosse buono lo sapevano tutti nel vicinato. I litigi e le urla erano all’ordine del giorno. L’ultima lunedì sera, allora di cena: le grida sono state sentite da diversi testimoni, sentiti ieri dalla polizia. Ma appunto, i precedenti sono stati tanti, così come i sopralluoghi della polizia locale. Però nessun provvedimento è stato preso, specie in quest’ultimo periodo in cui la situazione stava precipitando, per dividere i due.
 
Una volta questa era una famiglia normalissima, e Carlo era ritenuto un bravo ragazzo. Per gli amici lo era tuttora, ma stravolto nell’animo dai suoi problemi con l’alcol, che lo hanno portato anche ad essere seguito dal Sert. Due gli elementi che sembrano aver fatto precipitare il quadro. La morte del padre intanto, alcuni anni fa. Poi soprattutto i problemi con una ragazza con cui era andato a convivere nel suo appartamento sulla via Giardini. Poi l’idillio si è interrotto ma lei, a quanto riferiscono gli amici, non ha voluto lasciare l’appartamento, impedendo a lui di entrare. Di fatto occupandoglielo, insomma. E questo otto mesi fa circa, lo ha portato a tornare a casa con la madre, dove i problemi sono esplosi.
 
 
Gli amici convinti: «Non era un cattivo»
Incredulità e rabbia nel locale che frequentava abitualmente
«Lui voleva tornare nel suo appartamento, ma non poteva»
 
 
Fino a sera al Bar Juve di viale Amendola ieri non si è parlato d’altro. E con tutta probabilità così sarà anche oggi, e per molti altri giorni. Perché qui Carlo lo conoscevano tutti, sapevano dei suoi problemi con l’alcol ma conoscevano anche il suo animo profondo. E garantiscono: «È sempre stato un buon ragazzo, disponibile ad aiutare tutti. Ma molto sfortunato».
 
Al bar verso le 9.30 è esplosa la vicenda, con l’arrivo della polizia che ha portato il 48enne in Questura. E ieri sera ancora quello era il pensiero fisso degli amici seduti ai tavolini che provavano a trovare un perché di fronte a una tragedia immane. «Carlo ha fatto quello che ha fatto, un gesto contro natura contro la persona che lo ha messo al mondo, ma non è colpa sua se i problemi che c’erano tra loro due sono esplosi in questo modo – racconta un amico che non riesce a darsi pace – non scrivete solo che Carlo è un omicida, cercate di capire cosa l’ha portato ad essere fuori di sé».
 
 
Lui non ci doveva né voleva stare in quella casa: «Aveva il suo appartamento in via Giardini – racconta – dove viveva con una compagna che poi gli ha reso la vita un incubo. Lo ha spinto ad andare in comunità per curare i suoi problemi di alcol, ma poi quando è uscito si è trovato con la storia finita e l’appartamento occupato da lei col bambino di lei. Lui ha denunciato più volte la situazione alle forze dell’ordine, ma con un bambino non si poteva mandare via. Ha sofferto tantissimo per questa donna: una volta ho visto anche lei picchiare lui sotto i miei occhi. Si è ritrovato a dover tornare dalla madre, con cui non andava d’accordo.
 
Litigavano sempre, delle volte lei gli ha chiuso anche la porta impedendogli di rientrare in casa. Tante volte ha scelto lui di andare a dormire fuori: sapete quante volte ha dormito al parco Amendola quest’estate? Tante. Altre volte veniva giù e dormiva in giardino. Forse con questi giorni di pioggia non potendo uscire la situazione è degenerata, e ha perso completamente il controllo».
 
In questo una gran colpa ce l’ha avuta senz’altro anche l’alcol: che lui ne fosse schiavo lo testimoniano anche le bottiglie lasciate lì di fianco all’ingresso di casa, sopra al pianoforte. «Aveva i suoi difetti, ma non era assolutamente una persona cattiva, non deve passare un messaggio così – sottolinea un altro amico – è sempre stato un buono, che si faceva in quattro per te se gli chiedevi qualcosa. Poi con l’alcol magari perdeva u po’ la testa e diceva anche quello che non doveva dire, ma non era così nel suo animo. E non meritava di finire dentro un dramma del genere. In ogni caso, le colpe non sono tutte sue in questa storia, sia ben chiaro. Sapete quante volte ha tentato di rientrare nel suo appartamento che gli era stato occupato? Tantissime. Si poteva evitare un epilogo del genere, si poteva evitare».
 
È la convinzione anche di tutti i vicini della villetta dove si è consumato l’omicidio. Le voci sono tutte concordi: «La situazione e il pericolo erano segnalati – dicono – non si contano le volte che qui sono arrivati Servizi sociali, polizia locale e ambulanza: doveva essere portato via da quella casa dove non voleva assolutamente stare, dove soffriva troppo».
 
 
L’amica d’infanzia: «Litigavano spesso  ma non aveva mai picchiato la mamma»
 
 
«Siamo stati bambini assieme con Carlo, lo conosco da 50 anni ormai e non riesco a credere a quello che è successo: lui non è una persona cattiva, non lo è mai stato». È la voce di Silvia Brandoli, vicina e anche amica d’infanzia di Evangelisti.
 
«Non va giudicato solo per quello che è successo stamattina, non sarebbe giusto – nota – è sempre stato un buono, un bravo ragazzo sempre disposto ad aiutare tutti. Non avrei mai pensato che un giorno potesse essere coinvolto in una vicenda del genere, non lui». Anche Silvia però conferma che ci fossero dei problemi con la madre: «Sì, litigavano spesso, e sentivamo le urla anche da qui. Ma in 50 anni non l’ho mai visto una volta alzare le mani contro sua madre, nonostante le tante incomprensioni. Poi non so cosa sia successo stavolta».
La signora è descritta da tutti come una persona molto riservata, che in giro si faceva vedere pochissimo, e teneva tutto dentro.
 
Ma anche Carlo aveva le sue sofferenze: «Da giovane era un grande appassionato di motorini, poi qualche anno fa è rimasto coinvolto in un grave incidente – ricorda – dopo non era più stato lo stesso. Aveva anche perso il lavoro in una grossa azienda modenese, dipendeva dall’alcol al punto da finire al Sert, e soffriva molto per l’impossibilità di tornare nel suo appartamento che era stato occupato»
 
 
La rabbia dei vicini: «Tutti sapevano e nessuno l’ha salvata
 
 
 
Rabbia. Oltre allo sgomento per la notizia dell’omicidio che ha rapidamente fatto il giro del quartiere, è questo il sentimento predominate nel vicinato di via Dei Manzini. Perché tutti sono convinti che la tragedia poteva essere evitata.
«Quando Carlo beveva diventava incontrollabile: le urla dei litigi si sentivano in strada – racconta Cynthia Manfredi, un’altra vicina – la polizia era qui tutte le settimane, il caso era noto anche ai Servizi sociali ma nessuno ha fatto qualcosa per separare madre e figlio.
 
Un paio di settimane fa ho sentito Milena gridare: “Vi prego aiutatemi!”. Sono corsa fuori e ho visto che c’era già la polizia locale che interveniva. Allora ho chiesto se potevo dare anch’io qualche informazione su quello che vedevo e sentivo in quella casa, ma mi è stato detto: “Non è il momento, torni a casa”. Io non sto zitta, questa storia deve venire fuori anche perché non ricapitino più cose del genere, e ci sia la capacità di intervenire prontamente di fronte ai fattori di rischio.
 
Sto malissimo per quello che è successo, perché sono convinta che Milena poteva essere salvata. E anche Carlo poteva essere aiutato con un percorso di recupero più efficace di fronte alla grave dipendenza da alcol di cui soffriva. Non devono succedere queste cose, non possono succedere. Perché le avvisaglie c’erano tutte, non si è trattato di qualcosa capitato all’improvviso».
 
«Quel ragazzo aveva una grossa sofferenza interiore, che è peggiorata dopo la morte del padre – testimonia un’altra vicina – ma anche la madre soffriva e si era rinchiusa in se stessa: usciva pochissimo, gettava il pattume sempre a notte fonda quando era difficile che potesse incontrare qualcuno. D’estate, con le finestre aperte, i litigi si sentivano per tutta la via: tutti temevamo che potesse succedere qualcosa di brutto».
 
«È una tragedia annunciata questa – ribadisce un altro vicino – tutti le istituzioni che dovevano sapere sapevano cosa passava. E non hanno agito».