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Multinazionali: quando la Via Emilia cambia bandiera

Americani, tedeschi, francesi: sempre più aziende straniere Sono oltre 200 quelle tra Modena, Reggio e Bologna

MODENA L’ultima è stata Amazon che, a un passo dal casello di Modena Sud dell’A1, ha aperto un maxi stabilimento. Ma qualche giorno prima nel Bolognese, Philip Morris ha annunciato un maxi investimento da 600 milioni nel prossimo triennio e inaugurato il nuovo centro per l’eccellenza industriale, ricerca e sviluppo, ingegnerizzazione e sostenibilità per nuovi prodotti senza combustione, che avranno un impatto occupazionale stimato in circa ottomila posti di lavoro diretti.



Spesso demonizzate, ma altrettanto spesso battistrada per altre aziende nel tracciare il futuro, le tendenze di mercato, l’Emilia Romagna è terra di multinazionali. Con l’asse Bologna, Modena, Reggio Emilia che, un po’ come Lombardia e hinterland milanese, concentra la maggiore attenzione dei giganti stranieri. In termini di acquisizione di aziende della Via Emilia, investimenti, occupazione, ricerca.

E quando, come accadde nel 2012 col terremoto, si temeva la fuga delle aziende straniere dal distretto biomedicale di Mirandola per migrare verso altre aree, beh è accaduto esattamente il contrario. Vuoi perché Stato e Regione hanno evitato in tutti i modi il rischio desertificazione sostenendo la rinascita del tessuto economico e delle imprese ferite dal sisma, vuoi perché know how, uomini, prodotti del distretto della Bassa modenese erano e restano un “unicum”, un’eccellenza mondiale.



Confermata in questi due anni di Covid dalla capacità di innovazione, produzione 24 ore al giorno e sette giorni su sette per rispondere alla domanda che arrivava dal “fronte” degli ospedali.

Quante sono allora le multinazionali presenti sulla Via Emilia tra Bologna, Modena e Reggio Emilia.

Una attenta ricerca condotta dal professor Giovanni Solinas, docente alla facoltà di Economia di Unimore, e Raffaele Giardino della direzione Economia della Conoscenza del lavoro e dell’Impresa della Regione, ne contava quattro anni fa 204 a controllo estero e altre 322 a controllo italiano. Non tutti i territori hanno la stessa capacità di massimizzare i benefici della globalizzazione. Ma un’area ad elevate industrializzazione quale quella racchiusa tra queste tre province, è da questo punto di vista un laboratorio ideale per le multinazionali.

«I meccanismi all’origine di effetti esterni positivi (gli “spillovers”) sono individuati: nei processi di imitazione dei prodotti e nella diffusione delle tecniche produttive introdotte dall’estero – sostiene Solinas –; nell’ampliamento della concorrenza generata dall’arrivo di imprese tecnologicamente dinamiche; nella qualificazione professionale della forza lavoro e nella sua mobilità tra le imprese del territorio; nella diffusione involontaria delle informazioni sui mercati e le istituzioni estere che riducono i costi fissi dell’internazionalizzazione delle attività. E nella creazione di legami a monte e a valle con le altre imprese locali».

In un paese come l’Italia che ha una ridotta capacità di attrazione degli investimenti diretti dall’estero, le aree distrettuali dell’Emilia centrale rappresentano, insieme a poche altre, una significativa eccezione. Ad attrarre gli investitori esteri – rilevano Solinas e Giardino – è un contesto produttivo locale, nel quale di tecnologia se ne produce e se ne usa tanta. Ma, ovviamente, contano anche le istituzioni locali che si adoperano (anche a livello dei sistemi formativi) per favorire i nuovi insediamenti e le relazioni tra imprese caratterizzate da elementi particolarmente favorevoli agli investimenti esteri.

Complessivamente nei soli stabilimenti emiliani dislocati nelle tre province, si raggiungono circa 30mila addetti, numero che sale ad oltre 50mila considerando l’intero territorio italiano.

La gran parte degli investimenti sono frutto di operazioni M&A (fusioni e acquisizioni) in un numero pari all’85% del totale delle imprese e al 93% degli addetti.

Ad attrarre gli investimenti dall’estero sono soprattutto le attività con le maggiori intensità tecnologiche (perché dunque meravigliarsi delle tante multinazionali presenti nel distretto biomedicale di Mirandola?), prima tra tutte le fabbricazioni di beni di investimento e di mezzi di trasporto. Gli investitori esteri si rivolgono non solo alle medie e grandi imprese, ma anche alle piccole. E circa un terzo delle imprese a controllo estero ha meno di 50 addetti.

A livello settoriale il biomedicale è il sistema produttivo nel quale la presenza dei capitali esteri assume un ruolo di primaria importanza, raggiungendo valori che arrivano al 37,6% dell’intera forza lavoro occupata, al 48,2% del valore aggiunto e al 76,6% dell’export. Seguono la fabbricazione dei mezzi di trasporto, la fabbricazione del carta e del cartone, dei prodotti chimici e delle apparecchiature elettroniche ed elettriche.

Limitato, invece, il peso rivestito nei settori industriali del made in Italy come il sistema moda e quello agro-alimentare.

Rispetto all’origine geografica, il gruppo più numeroso rappresentato dalle multinazionali con headquarters è negli Stati Uniti, con oltre 60 unità (31% del totale). Seguono le imprese controllate da gruppi tedeschi (15%) e francesi.