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Sassuolo, la sorella di Nabil: «Mi affido a Dio» Il collega incredulo: «Una vita per i bimbi»

La famiglia dell’omicida invoca la misericordia Gli amici: «Era malato, non ha mai accettato il problema»

SASSUOLO. A quasi una settimana dalla strage familiare di via Manin, è ancora tanta l’incredulità in città tra amici e conoscenti di Elisa Mulas e Simonetta Fontana, dopo che l’ex compagno di Elisa, Nabil Dhahri ha ucciso a coltellate lei, i figli Sami e Ismaele di due e cinque anni e la suocera Simonetta prima di togliersi la vita.

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La stessa incredulità è arrivata fino a Kasserine, la città della Tunisia centro-occidentale da cui Nabil proveniva e in cui ancora vive parte della sua famiglia.



La notizia choc è infatti giunta anche a loro, i familiari del protagonista dell’efferato omicidio-suicidio che adesso devono fare i conti con quanto accaduto: non solo Nabil non c’è più, ma è anche colpevole di avere spezzato via in un solo colpo altre quattro vite. E adesso a loro si affidano, e si aggrappano, alla preghiera: «Oh Dio, abbi misericordia di mio fratello, illumina la sua tomba con la tua luce, la luce dei cieli e della terra». Queste sono le parole con cui Ameni Dhahri, la sorella di Nabil che vive nella città di Sfax (a circa tre ore da Kasserine), affida il fratello alla misericordia sperando in cuor proprio che possa essere perdonato per ciò che ha fatto.



Un modo questo, anche per dare conferma agli altri parenti e amici divisi tra la Tunisia e l’Italia, come a dire «sì, è stato proprio Nabil Dhahri, mio fratello». E gli amici mandano parole di conforto: «Un grande choc per tutti – scrive una donna originaria della Tunisia ma che vive a Sassuolo – che Dio vi dia la forza».

La stessa incredulità pare essere presente anche tra tanti ex colleghi di Nabil, che lavorava come commesso al Lidl di via Radici. Giovedì, il giorno dopo la strage che ha lasciato in vita solo il 97enne Franco Fontana che era a casa a letto in quel momento e la piccola di undici anni (figlia di Elisa da un precedente matrimonio) che invece era a scuola, tra gli scaffali e le corsie del Lidl c’erano sguardi attoniti e occhi gonfi. «Lavorava con noi da molti anni, abbiamo affrontato discorsi di ogni tipo e lui ha sempre detto che erano mostri quelli capaci di uccidere. Era molto protettivo nei confronti di noi colleghe e ci difendeva da chiunque, ma sempre in modo pacifico, cercando di fare ragionare tutti», così un dipendente del supermercato descrive come Dhahri si mostrava sul posto di lavoro. «Noi siamo tutti scioccati – continua – perché era veramente un pezzo di pane. Forse in casa è cambiato a causa della sua malattia che io non ho mai capito, credo una malattia rara. Non poteva mangiare nulla che stava subito male, e non ha mai accettato questa cosa. A lavoro parlava sempre e solo dei suoi bimbi, che amava sopra ogni cosa, qui aveva solo loro».

Quello che emerge dalla tetimonianza è come, tanti, non si aspettassero un simile epilogo: all’apparenza un uomo tranquillo, protettivo. I retroscena raccontano però un’altra realtà, fatta di minacce sempre più pesanti e di pedinamenti sotto la nuova casa di Elisa, quella al terzo piano di via Manin dove si era trasferita coi suoi tre bimbi raggiungendo la mamma e il nonno. I retroscena parlano di Nabil che i giorni prima della strage faceva avanti e indietro per la via, per fare sentire la sua costante presenza. E poche ore prima, si parla anche di una discussione accesa tra Nabil ed Elisa. Starà agli inquirenti ora ricostruire i fatti.

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