Savignano. Rifiuti pericolosi accatastati in giardino

L’anziano stoccava illegalmente elettrodomestici, pc e ferro Rivendeva tutto ma i soldi presi non li denunciava al fisco

SAVIGNANO. Aveva trasformato il cortile dell’abitazione presso cui viveva con la famiglia in un’area di stoccaggio di materiali pericolosi e rifiuti. Ma per quel business – veniva infatti pagato seppur non avesse dichiarato al fisco gli introiti – è finito a processo per gestione illegale di rifiuti senza le autorizzazione del caso. La vicenda riguarda un pensionato che in via Claudia aveva adibito l’area esterna a zona di accumulo.

Quando le forze dell’ordine, sollecitate dalla Polizia municipale, fecero un primo accesso si trovarono di fronte a elettrodomestici vari, computer vecchi, schede informatiche ormai vetuste, segnali stradali inutilizzabili. C’era talmente tanta roba che un ufficiale, durante il processo di fronte al giudice Roberto Mazza, non ha esitato a dire: «C’era anche uno stabile nella pertinenza della casa ma era di fatto inaccessibile vista la quantità di rifiuti presenti».


Da quanto finora si è potuto ricostruire – il processo è infatti ancora in corso e nella prossima udienza verranno ascoltati un paio di tecnici di Arpae – il pensionato trasportava quei rifiuti a bordo di un furgone, trovato nel piazzale della casa. Aveva evidentemente un accordo anche con la ditta Lemir di Garofano di Savignano, specializzata nel commercio di rottami, il recupero di rifiuti e le autodemolizioni. Premessa: l’impresa non c’entra nulla con il procedimento in corso. Anzi, è stato proprio grazie alla documentazione messa a disposizione dalla Lemir che è stato possibile ricostruire gli scambi avvenuti tra febbraio 2017 e il marzo 2018. Si tratta di almeno 13mila euro di soldi riconosciuti dalla società al “venditore” di rottami per almeno 60 tonnellate di materiale movimentato.

Si è inoltre appreso che già una decina di anni prima c’era stata una segnalazione per quel giardino pieno di rottami, ma che non aveva avuto seguito. Stavolta è invece intervenuta anche Arpae che ha valutato alcuni dei rifiuti come pericolosi. Un elemento che ha reso impossibile imporre una serie di prescrizioni per regolarizzarsi (solitamente quella è la prassi utilizzata per chi ha le autorizzazioni), ma ha invece obbligato un’operazione di smaltimento e ripristino dei luoghi. Cosa regolarmente avvenuta ma che non ha evitato la denuncia e il successivo processo al raccoglitore di ferro.

F.D.

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