Contenuto riservato agli abbonati

La tua storia / Modena.  Daniela  Storie del Dopoguerra e dei mulini del Secchia

Nel diario la “corriera fantasma” e il ricordo di don Sergio “pifferaio magico” dei bimb

MODENA “Quando sono nata, all’Ospedale Sant’Agostino esattamente nove mesi dopo il matrimonio dei miei genitori, il babbo era felicissimo, tanto che aveva messo un fiocco rosa sul manubrio della bicicletta che usava per il suo lavoro da postino… Lo zio Astorre, invece, ha commentato ‘un’antra femna!’... Avevo pochi giorni di vita e la nonna Ines mi aveva già regalato un elemento per il mio corredo nuziale… da bambina portavo i capelli con la scriminatura da un lato e la zia mi chiamava: ‘vèh chi c’atghe na riga cla par l’arsan ad Secia!’ Io mi lasciavo pettinare, ma quando mi tirava i capelli facendomi male gridavo ‘ahi’ e lei rispondeva ‘sigòla’ - in dialetto aglio-cipolla”.

Così si descrive Daniela Rabitti in ‘Quello che ricordo’ nelle memorie dedicate al nipote, consegnate al CDD per la raccolta “La tua storia per la Storia”. Il Secchia, quel fiume che scorre come un filo rosso fra le pagine e che lega indissolubilmente territorio e persone. “Da ricerche d'archivio ho scoperto perché mia madre a proposito del Secchia diceva ‘Tuti i an al ni vol un’, quasi che il fiume fosse una divinità crudele che periodicamente pretendeva vittime sacrificali… la maggior parte delle morti era dovuta a una causa che adesso si chiamerebbe infortunio sul lavoro: molti morivano annegati mentre cercavano di disincagliare le pale dei mulini”.
 
Lo stesso fiume lungo il quale la famiglia materna, la famiglia Medici, originaria della Svizzera, detiene mulini, diversi palazzi e poderi di cui uno, il Bea, molto esteso, che costeggia la strada per Mirandola. La famiglia della nonna Ines Pederzoli, che sposò Azeglio Medici, “era socialista… molti suoi parenti durante il Fascismo sono emigrati in Francia e Svizzera. La Zia sosteneva che la nonna Ines fosse un’attivista antiregime e tenesse riunioni clandestine notturne e comizi ‘In fond a Secia’, sul greto del fiume. Mamma Tina non mi ha nemmeno detto che un ramo dei Medici è emigrato negli Stati Uniti: è stato per caso che ho scoperto in un libro la foto della famigerata ‘Villa Medici’ un edificio situato alla periferia di Concordia, già sede della Casa del Fascio e divenuto poi sede della ‘polizia partigiana’…Quando l’ho appreso la mamma non c’era più e non ho potuto chiarire, anche se dubito che mi avrebbe risposto… Del periodo della guerra diceva solamente che, ogni mattina che ci si alzava, a Concordia mancava un paesano all’appello: durante la notte o i partigiani o i fascisti avevano fatto sparire una persona”. 
 
La ‘Villa del Pianto’, persa dal bisnonno Celso per aver avallato cambiali di amici, è al centro dei fatti oscuri della metà di maggio 1945, legati alla ‘Corriera fantasma’. Il primo di tre camion della Pontificia Opera di Assistenza, partito dal bresciano con a bordo reduci della prigionia germanica ed ex ufficiali dell’RSI, viaggia verso sud con i lasciacondotti del CNL: alcuni vengono fermati, consegnati alla polizia partigiana e rinchiusi a Villa Medici. I processi parlano di sevizie di una parte di essi, altri, dopo due notti di prigionia, proseguono per Carpi, ma giunti a San Possidonio vengono condotti a gruppi nella campagna circostante e uccisi.
 
“Di questo episodio drammatico la mamma diceva solamente che la corriera aveva fatto sosta a Concordia, si era fermata nella piazza principale ove si affacciava l’Ufficio postale e un ragazzo giovane era sceso, era entrato negli uffici per spedire una cartolina e si era fermato a chiacchierare con lei fino a che la corriera era ripartita…Poi per mamma c’è il periodo di Torino... tornata a guerra non ancora ultimata rientrò a lavorare all’ufficio postale dove restò fino al matrimonio col babbo”.
 
Il babbo Gianni, che nel ‘43 quando viene catturato dai tedeschi, riesce a fuggire a piedi verso l’Italia, ma che ancora, molti anni dopo, agonizzante per malattia, li rivedeva sul ciglio del letto d’ospedale. Quel babbo postino, che conobbe la mamma nel giorno del suo compleanno, sul treno che li portava entrambi al lavoro. Quel babbo che trasferì la famiglia nella casa di via San Giovanni Bosco “nell’ultima della via… dopo era solo campagna con filari di viti e campi di frumento. C’erano prati tra il gruppo di case popolari comunali comprese fra viale Verdi e Ciro Menotti… e delle casette bianche tutte uguali, in fila regolare, le abbiamo sempre chiamate ‘le case delle ochine’ ”. 
 
Le memorie sono un alternarsi di scene scandite dai volti caricaturali di una quotidianità che mappava il quartiere. La fruttivendola Renata “in una botteguccia di legno dipinta di verde, piccola come una casa di bambola”. L’Argia che viveva nelle ochine “faceva le punture…e si fermava a bere al volo un bicchierino di grappa, anche alle sette e mezza del mattino”. La Romanina “una girovaga con la chitarra che suonava nei cortili...aveva i capelli biondi con riccioli stopposi come quelli delle bambole, mentre si esibiva ruotava su di sé e l’ampia gonna azzurra si apriva a corolla come quella dei dervisci”.
 
E don Sergio Mantovani che celebrava messa in una costruzione bassa e lunga che sostituiva il Tempio dei Caduti “la domenica veniva a prendere noi bambini per portarci al cinema.. sembrava il pifferaio magico partiva da via Bonacini con un gruppetto che via via aumentava… In centro si andava a fare la spesa alla Cooperativa della posta… ricordo le macerie di edifici bombardati in Corso Vittorio, in piazzetta dei Servi… nell’immediata periferia della città ancora molti canali erano scoperti, in via Pelusia, via Ciro Menotti, via Giardini, credo che l’ultimo sia stato quello di Jacopo Barozzi perché era ancora scoperto quando ero alle superiori, negli anni ‘60”. E poi tutto è cambiato.
 
 
DANIELA RABITTI
 
Nata nel 1949 a Modena, vive con i genitori nella casa in San Faustino, per poi spostarsi negli alloggi popolari in San Giovanni Bosco, che il Piano Fanfani mette a disposizione per i dipendenti delle poste. 
Grazie a una borsa di studio della Camera di Commercio, inizia a lavorare come perito chimico industriale al Centro ceramico dell’Università collaborando, per la ricerca e la didattica, a stretto contatto con il Prof.Mario Bertolani. Successivamente frequenta un Master in Igiene e Sicurezza sul Lavoro entrando nel servizio di prevenzione dell’Ateneo modenese, diventando, in seguito, responsabile del settore ambiente presso il Dipartimento d’Ingegneria dei materiali e dell’ambiente. Ama cinema e teatro, si dedica a viaggi e letture, in particolare Calvino, la letteratura sudamerciana di Cortàzar e quella polacca di Kapuściński.
Il testo integrale è consultabile nell’Archivio “In Prima persona Femminile” del CDD.
<EN>
Per scrivere nuove pagine sulla storia della nostra comunità abbiamo bisogno anche di te. Partecipa alla campagna di raccolta di scritture autobiografiche femminili: affidaci i tuoi diari, lettere, appunti personali. Il CDD conserverà questi documenti sui temi della vita quotidiana, del lavoro e delle relazioni familiari, scritti in prima persona femminile e li farà diventare memoria collettiva. La rubrica La tua storia, per la Storia è un'azione del progetto "In prima persona femminile. Diari, memorie, epistolari tra soggettività e storia" sostenuto dalla Fondazione di Modena con il patrocinio del Comune di Modena. Info www.cddonna.it - mail info@cddonna.it - tel. 059 451036.