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IL LIBRO / Walter Telleri racconta i partigiani dell'Appennino Modenese. «La Brigata Dragone vinse perché era unita» 

«Ingiusto il silenzio su questa formazione Era estesa, eterogenea e determinata» La pubblicazione di Walter Telleri con Alberto Fognani per Artestampa di Modena: “Il diario della 33a Brigata Dragone”. Il libro si compone di tre sezioni.

MODENA. La storiografia continua a interpretare quanto emerge da nuove analisi e dagli archivi, un pozzo che non si finisce di esplorare fino in fondo. C'è bisogno di fatti il più possibile oggettivi per mantenere non inquinate le sorgenti, piccole e grandi, della storia. Non sempre però ci pensano gli storici, ma se ne fanno carico testimoni a volte anche con una solida formazione culturale che aprono una strada a nuove ricerche. Va in questa direzione la pubblicazione che Walter Telleri che con Alberto Fognani ha curato per Artestampa di Modena: “Il diario della 33a Brigata Dragone”. Il libro si compone di tre sezioni. La prima è “Dalla Brigata “Nello” alla Brigata Dragone”, un'intervista del 1969 a tre partigiani che raccontano la loro esperienza dall'inizio alla fine della Resistenza. Al centro la cronistoria della 33ª Brigata "Dragone", firmata dal comandante Minghìn, zio di Telleri. Conclude il volume la sezione “I partigiani della Brigata”, che racchiude dettagli anagrafici, personali e del periodo in formazione degli uomini della “Dragone”. Prefazione di Francesco Genitoni.

Telleri, il suo libro parla di un aspetto poco noto della Resistenza modenese: la 33° Brigata Dragone, una formazione rimasta nell’ombra.

«Sì, è così. E nessuno ne ha mai scritto nulla. Se si guardano gli elenchi delle brigare partigiane di montagna, quella che ha avuto più partecipanti e aderenti è stata proprio la Dragone: quasi mille uomini e donne. Era anche quella col maggior numero di montanari. Gente del posto che veniva da Prignano, Polinago, Palagano, Lama, Piandelagotti, Pievepelago e Frassinoro. Trovo sorprendente che la storia della Resistenza modenese che si basi tutta sui ragazzi di pianura che salgono in montagna a combattere. È un racconto affascinante ma non è del tutto vero. Nessuno ha evidenziato che sono saliti quando già in montagna c’erano già elementi di resistenza. La Valle del Secchia è stata il luogo con la maggiore resistenza perché i cadetti dell’Accademia Militare che si trovavano al campo estivo delle Piane di Mocogno, l’8 settembre 1943 furono raggiunti dall’armistizio quando si trovavano alla Volta di Saltino. Decisero di tornare indietro e abbandonare vettovaglie e armi a Monchio. La popolazione si prese i viveri e le coperte e soprattutto trovò tutto l’armamento. Decisero così di occultare le armi in attesa di capire cosa farne. Il primo gruppo a salire in montagna, il 9-10 settembre, fu quello dei sassolesi a Monchio. E il gruppo ricevette in regalo da mio zio Domenico Telleri, “Minghìn”, una mitragliatrice dell’Accademia».

E come è nata la storia dei ragazzi di pianura in montagna?

«Dal fatto che i montanari accettarono di fare loro da guida. Uno che partiva da Mirandola e arrivava a Montefiorino non aveva la più pallida idea di che sentieri stesse percorrendo. Per lui sarebbe stato impossibile frequentare quei posti senza punti di riferimento. E questo elemento non mai stato sufficientemente valorizzato. Ed è ingiusto».

Emerge che tra i partigiani c’era un’esigenza di controllare e reprimere comportamenti illegali.

«Un documento importante che pubblico attiene al comportamento dei partigiani. Nella circolare si dice che girava notizia di delinquenti che si spacciavano per partigiani e commettevano illeciti e crimini. Della cosa, si legge, è informata la polizia partigiana e se qualcuno è sorpreso a rubare viene processato. Quel documento smentisce tutte le dicerie sui partigiani rubagalline».

Si parla della vicenda del comandante Nello Pini. Fece fucilare 15 agenti della polizia ausiliaria passati alla Resistenza. Poi sarà a sua volta processato da un tribunale partigiano e passato per le armi.

«Non fu semplice per i partigiani processarlo e giustiziarlo. Nello era il fondatore della resistenza delle valli del Dolo e Dragone, un grande combattente. Ma Nello arrivò al punto in cui sputare a terra o sparare in testa a qualcuno era la stessa cosa. Erano situazioni inaccettabili. Quei 15 questurini del Cnl li mandò fuori pattuglia e li fece uccidere».

Perché questa carneficina?

«Perché Nello non si fidava di nessuno. Bisogna capire il contesto. Quanti partigiani sono stati catturati, torturati e uccisi per una spiata? Nel dubbio, Nello li uccise per salvarsi. Forse si sentiva onnipotente, non lo so. Ma non aveva capacità intellettuali per farlo. È noto l’episodio di quando Marcello, a capo delle brigare monarchiche, va a Gombola per incontrare Armando. Nello lo interroga coi suoi uomini. Ma Marcello, un capitano, ha capacità dialettica tale che Nello non può tenergli testa. Mi dicono che quando che Nello si rese conto che nella discussione Marcello aveva ormai il sopravvento, nello tirò fuori la pistola dalla fondina e disse: “Tès o a’t màz”. Dopo la fucilazione, mio zio fu eletto comandante e il suo primo provvedimento fu per placare gli animi. Erano giorni difficili, non meritano giudizi da salotto».

Qual è il significato del libro?

«Ho voluto pubblicare documenti che testimoniano l’attività di questa brigata. Ce n’è l’esigenza. Non si capisce nessuno approfondisce il ruolo della Brigata Dragone. Non sono uno storico, ma un testimone».

Ancora oggi i fulcri della narrazione sono Pavullo con Armando e Montefiorino con Gorrieri.

«Infatti molti anni dopo lo stesso Gorrieri riconobbe che il suo libro sulla Repubblica di Montefiorino voleva riequilibrare il rapporto tra i democristiani e i comunisti all’interno del racconto sulla Resistenza. Ma la ricostruzione storica è rimasta lacunosa. Va evidenziato un fatto. Il Pci e la Chiesa erano contrari alla resistenza in montagna. Lo stesso vescovo di Modena lo era. Per il Pci, poi, non c’erano le condizioni. E qui si è creato un equivoco di fondo che dura fino ad oggi. La resistenza in montagna non nacque da un elemento ideologico, ma dal fatto che tanti montanari erano i renitenti alla leva: o andavano con la Repubblica di Salò e finivano male. E allora si nascondevano».

All’inizio del libro, nell’intervista del 1969, il partigiano Silvestrini racconta si aver combattuto in Jugoslavia contro i partigiani di Tito e che quel modello di organizzazione era così forte che aveva sconfitto gli Arditi, un corpo speciale.

«Anche mio zio aveva fatto la guerra in Jugoslavia. Quando da Milano arriva Pellegrino, arriva un elemento che ha una conoscenza specifica degli elementi politici. Loro non sapevano nulla dell’Unione Sovietica e dell’America. E allora dico basta col mito sui comunisti, anche se presero il sopravento le brigate Garibaldi».

Aggregazioni politiche diverse.

«È uno degli aspetti più significativi della nostra vallata. Erano rappresentate tutte le forze costituzionali antifasciste: Brigata Allegretti (Giustizia e Libertà), Garibaldi (Pci), brigata monarchica. C’era un vero pluralismo. Durante un conflitto a Saltino, mio zio emise un ordine che spiegava come aiutare i monarchici. C’era un agire comune».

Quindi, oltre alle divergenze di fondo, c’era armonia nell’azione.

«Litigavano però agivano in comune. Erano tante parti politiche ma agendo unitariamente riuscirono fare la resistenza arrivano alla vittoria. Secondo me questa è l’eredità più importante. Presentando il libro ho sottolineato come è importante conoscere il nostro passato per costruire un futuro. Utilizzando un “noi”, non un “io”. L’errore più grande del nostro Paese è stata la rimozione storica di quegli anni. Non aver mai fatto i conti con quello che accadde».