Contenuto riservato agli abbonati

La nostra storia/ Il libro di Fabio Montella: «La violenza squadrista colpì Modena già divisa» 

«“Bagliori d’incendio”: un decennio di brutalità politica e autorità deboli» raccontati nel libro che verrà presentato giovedì 20 gennaio a Modena, presso la sala degli Ulivi.

MODENA Un secolo fa Modena, come quasi tutte le città d’Europa, stava attraversando un decennio infernale. Non solo la Grande Guerra, ma il “biennio rosso” con i tentativi insurrezionali e poi lo squadrismo fascista e la violenza “nera” fino alla presa del potere con la Marcia su Roma. Nella nostra provincia ci furono 21 morti uccisi da scontro con la forza pubblica, 24 uccisi da fascisti, 8 fascisti uccisi da non fascisti e due fascisti uccisi da loro “camerati”. Ma questa violenza esasperante non era nata in trincea. La tesi storica di Fabio Montella è che sia stata originata da una spaccatura profonda originata dalla Guerra di Libia nel 1911, quando i socialisti dichiararono la loro contrarietà a nuove avventure coloniali. In un libro appena pubblicato e di grande importanza - “Bagliori d’incendio”, Mimesis editore - Montella affronta di petto il decennio 1911-1922 portando alla luce decine di episodi e protagonisti dopo anni di studi negli archivi.



Una delle tesi più importanti di questo suo libro innovativo è che il fascismo non fu una continuazione della violenza della Grande Guerra e del “biennio rosso”, ma fu invece una conseguenza di una scia più lunga: la Guerra di Libia.

«È così. La violenza a Modena non la inventano i fascisti. L’idea che in politica siano leciti i cazzotti, i bastoni e il coltello si era già fatta strada dalla Guerra di Libia del 1911. Le violente passioni, pro o contro l’impresa coloniale, avevano gettato i semi della violenza politica. A questi semi la Grande Guerra aggiunse la banalizzazione della morte, la famigliarità con l’uso delle armi, lo sprezzo della paura e del pericolo, l’odio verso il nemico».

Il capitolo centrale del libro è dedicato alla violenza fascista. Lo squadrismo come pratica di propaganda politica attraverso l’azione violenta risulta radicato a Carpi.Poi emergono aggressioni a sacerdoti e politici cattolici.

«È un elemento poco studiato. All’inizio il mondo cattolico modenese non fu ostile al fascismo, che da molti era visto come un argine alle sinistre. Poi, dalla metà del 1921, i nemici divennero anche i cattolici, che pagarono un pesante tributo allo squadrismo. Con grande onestà, riconobbe questo errore di prospettiva un politico di straordinario spessore come Francesco Luigi Ferrari. “La violazione delle libertà è epidemica. Non si incomincia per poi fermarla a metà”, scrisse anni dopo».

Ci sono aspetti inquietanti che ritornano a proposito di squadrismo e autorità. Uno è l’accordo sottoscritto tra il questore e il conte Galateri per far guidare ad autisti patentati i camion delle spedizioni di gente armata.

«È uno dei tanti casi in cui le autorità cercarono coi fascisti forme di accomodamento che almeno salvassero le apparenze. Le prove che anche a Modena il fascismo ebbe appoggi dallo Stato sono abbondanti, bastava cercarle. Va detto che ci furono anche uomini dello Stato che rimasero fedeli alle istituzioni e abbastanza neutrali nelle contese ».

Lei cita alcuni esempi di debolezza anche della magistratura. Che comportamento ebbero i giudici di fronte alle violenze?

«Tutti i grandi processi per omicidio intentati contro i fascisti si chiusero con assoluzioni o per amnistia: da quelli di Ferrari, Pignatti, Baraldini e Baraldi nella Bassa al duplice delitto di San Venanzio all’efferato assassinio di Zanfi e Ognibene, due adolescenti di Quartirolo. Ii giudici arrivarono a “certificare” la loro simpatia nelle sentenze, come nel caso del processo per l’assalto al Club operaio di Spilamberto, finito con l’assoluzione di 11 imputati. Il presidente del Tribunale scrisse che si trattava di uno dei tanti episodi commessi dal giovane partito fascista “che credeva utile ai suoi fini di usare qualche volta della violenza”, non “per animo malvagio od in contrasto all’ordinamento politico-sociale, ma anzi per dare a questo basi più solide”».

Nel libro si ripercorrono storie di protagonisti famosi e anche sconosciuti di quegli anni terribili. Tre sono sicuramente di rilievo per le “camice nere”. Il primo, il più noto ma è anche quello di livello inferiore, riguarda il campione carpigiano Dorando Pietri. La scorsa estate era già stata anticipata la ricostruzione che lei ne ha fatto che manda a pezzi un santino dello sport modenese.

«Dorando lo paragono a Maradona: uno straordinario sportivo ma anche un uomo che ha fatto scelte discutibili. Un personaggio, insomma, pienamente immerso nel suo tempo e nelle contraddizioni di quegli anni».

La seconda figura, quella del leader, è l’avvocato Vicini, irredentista e sostenitore della guerra ma che invece di partire per il fronte resterà a Modena e in seguito avrà un ruolo di primo piano nel fascismo locale e nazionale.

«Vicini fu una specie di anfibio della politica. Riuscì a stare sulla breccia dicendo tutto e il suo contrario. Ad esempio, fu contemporaneamente a favore e contro il dibattuto patto di pacificazione coi socialisti sostenuto da Mussolini; passò come il difensore degli ideali della Grande Guerra dopo avere prestato servizio nella Milizia Territoriale, cioè «dietro i sacchi del Caffè Nazionale», come scrissero ironicamente i socialisti. Con tutte le sue contraddizioni, Vicini riuscì a prevalere su Enzo Ponzi, il grande sconfitto del fascismo modenese, un politico con un proprio codice morale».

La terza figura è un carpigiano, Lancellotti detto Il Messicano, un rivoluzionario socialista tornato dalla rivoluzione di Pancho Villa. Partendo dal riformismo di Bernstein fondò il Fascio di Carpi, molto più aggressivo di quello modenese, al punto che prese spunto da Bologna e non da Modena.

«Per gli amici era “Il Messicano”, ma gli avversari lo chiamavano “Il Muto”, non certo per la loquacità. Del resto, i “superfascisti” carpigiani, facevano vanto di sapere usare le mani più che la lingua. Erano nati sotto l’ala del futuro “ras” di Bologna, Leandro Arpinati, e come lui avevano fatto della violenza cieca la propria ragione. I fascisti modenesi avevano invece come riferimento la Milano di Mussolini. Per i carpigiani erano solo dei gran parolai».

DOMANI LA PRESENTAZIONE

Si chiama “Bagliori d’incendio. Conflitti politici a Modena e provincia tra Guerra di Libia e Marcia su Roma” il libro di Fabio Montella appena pubblicato da Mimesis e che sarà presentato domani alle 17.30 all’Istituto storico di Modena, in via Ciro Menotti 137, in presenza del sindaco Gian Carlo Muzzarelli e del direttore dell’Archivio di Stato di Modena Lorenza Iannacci. Tra i relatori Giulia Albanese che ha scritto la prefazione all’opera.

CHI E' FABIO MONTELLA 

Mirandolese, 52 anni, laureato a Bologna in Scienze Politiche, Fabio Montella è uno storico che da sempre si occupa della Grande Guerra e della prima fase del Fascismo. Si occupa di storia dell’Otto-Novecento, con particolare riguardo alla Prima guerra mondiale, al fascismo e alle migrazioni. Collabora con l’Istituto storico di Modena e con altri centri di ricerca. Giornalista professionista dal 1998, ha diretto diversi periodici e ha svolto attività di comunicatore pubblico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA