In tribunale a Modena: «Per fortuna mi hanno arrestato. In quel momento sono rinato»

Un ragazzo a processo per aver lanciato una bicicletta contro un militare: «Di quella mattina in stazione non ricordo quasi nulla. Ora sono un’altra persona»

MODENA. È una confessione che tocca il cuore, che potrebbe servire – forse – a convincere tanti altri ragazzi finiti loro malgrado nel tunnel della tossicodipendenza. Perché lo vedi: volto pulito, sbarbato, in camicia e pensi al motivo per cui si trova circondato dalla Polizia penitenziaria davanti ad un giudice. Poi ascolti la sua storia e capisci che ha attraversato un periodo buio, senza paracadute sociale alle spalle, travolto dalle disgrazie e abbracciato dalla droga, vista come unica amica fedele. Ora, a causa di quel periodo, è in carcere e nei giorni scorsi è stato accompagnato in tribunale a Modena poiché accusato di violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale. Di fronte a lui si è trovato quel militare a cui aveva lanciato una bicicletta nel piazzale della stazione dei treni di Modena, che lo aveva svegliato su una panchina per accertarsi stesse bene per poi essere invece fatto oggetto di un’aggressione da cui si era comunque difeso.

«Chiedo scusa a tutti – ha detto l’imputato – Lo chiedo soprattutto a quell’ufficiale dell’Esercito che è lì seduto e contro cui ho reagito. Era un periodo drammatico della mia vita, culminato poi con l’arresto. E per fortuna sono stato arrestato: quell’occasione ha permesso di cambiare in meglio la mia vita, di tornare a rinascere e a vivere una vita dignitosa».


Seduto tra il pubblico c’è il militare che ha appena ricostruito quanto avvenuto in un’afosa mattinata di luglio. Ha testimoniato ma gli viene chiesto di restare per ricevere le scuse pubbliche, un atto di pentimento completo e sincero.

Nel piazzale della stazione il ragazzo stava dormendo su una panchina. Era a petto nudo a metà mattina. «Lo conoscevamo – ha spiegato il testimone – Ci siamo avvicinati per capire se stesse bene; ai primi richiami non ha dato cenni, ci siamo anche preoccupato poi ad un tratto ha aperto gli occhi di colpo e in una condizione psicofisica precaria si è scatenato. Si è impossessato di una bicicletta e l’ha lanciata contro di noi, poi siamo riusciti a contenerlo fino all’intervento della Polfer».

Il ragazzo di origini carpigiane non ha potuto fare altro che ammettere le proprie responsabilità o meglio ha ipotizzato di aver fatto quel gesto: «Assumevo farmaci che mi davano sballo – ha svelato di fronte al giudice Stefano Ossorio – Stavo sveglio per giorni interi poi mi assopivo come è avvenuto su quella panchina. Non so bene cos’ho combinato quella mattina, se mi dite che ho lanciato una bicicletta non posso negarlo anche se non ricordo granché. Purtroppo non stavo bene, ero ai margini della società».

Per lui l’accusa ha richiesto una pena minima anche valutando il percorso di disintossicazione che ha intrapreso; elemento rilanciato con forza anche dall’avvocato difensore che ha presentato l’iter di recupero avvenuto in una comunità modenese.



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