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Sassuolo. Pelaggi jr. condannato «Uomo di fiducia dello zio»

La Cassazione conferma i 5 anni al 43enne impiegato della Core Technology Lavorava accanto anche a Giuseppe “Pino” Giglio nelle false fatturazioni

SASSUOLO Anche la Corte di Cassazione ha confermato la condanna inflitta in appello nel maxi-processo di ’ndragheta “Aemilia” a Francesco Pelaggi, rampollo della famiglia piuttosto nota nel distretto ceramico, sia per l’indagine “Point Break” – condotta dal Nucleo Investigativo dei carabinieri di Modena dal 26 luglio 2006, giorno dell’attentato esplosivo all’agenzia delle entrate di Sassuolo – che per la villa confiscata sulle colline di Fogliano nell’ambito della stessa operazione.

La sentenza di sabato ha confermato la pena in via definitiva a cinque anni per il giovane Pelaggi, imputato in primo grado per quattro capi d’accusa e poi assolto in Appello per due questioni per non aver commesso il fatto.


Primo: il reato di reimpiego di denaro per cui è stato assolto. Pelaggi, era impiegato presso la Core Technology Srl, società costituita ad hoc nel 2010 da Giuseppe Giglio (che era anche amministratore unico) e Pasquale Riillo. Secondo la Procura – non trovando poi il sostegno dei giudici – partecipava attivamente al sistema delle fatturazioni per operazioni inesistenti. In quel contesto – è stata la tesi accusatoria – l’intenzione era reimpiegare denaro provenienti dall’associazione criminale, fossero la Cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, i Nicoscia di Capo Rizzuto o i Grande Aracri di Cutro. Pelaggi è stato invece condannato per il delitto di utilizzo e per quello di emissione di fatture per operazioni inesistenti per evadere le imposte sui redditi e per consentire l’evasione di terzi. Nello specifico, il 42enne ha collaborato all’attività illecita, con la predisposizione delle false fatture e tenendo la contabilità fiscale per le imprese seguendo, in qualità di dipendente della Core technology Srl, le direttive impartitegli da Giuseppe Giglio, Pasquale Riillo, dallo zio Paolo Pelaggi e da Michael Salwach.

Ultimo capo di imputazione inizialmente contestato e poi non condiviso dai giudici di Appello di Bologna è stato il commercio di prodotti con marchio contraffatto. Si parlò di detenzione e messa in vendita di 1.200 schedine di memoria di marchio “KingStone” cedendole a un’altra società.

«L’imputato all’epoca dei fatti aveva ben 31 anni – scrivevano i giudici d’Appello – e quindi era del tutto maturo per comprendere l’illecità della sua condotta, anche alla luce della pregressa esperienza presso Point One a Maranello. Il suo ruolo non era poi per nulla defilato o marginale: egli era uomo di fiducia dello zio Paolo, organizzatore della complessa attività e dalle intercettazioni è emerso chiaramente che egli forniva un valido e concreto contributo al Giglio per nulla trascurabile».

E così, al termine dei tre gradi di giudizio, a Francesco Pelaggi non è stato concesso alcun altro sconto: i 5 anni di pena sono perciò diventati definitivi tanto che i carabinieri hanno provveduto a raggiungerlo per accompagnarlo in carcere dove dovrà scontare parte della sua condanna.

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