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L'azienda. L’allevamento del Triganino storia secolare modenese

La selezione dei colombi di diversi colori in un manuale, “Bibbia” del settore

MODENA È modenese da secoli e nei giorni scorsi sono arrivate persone da tutta Italia per una giornata di studio.

È il Triganino, un colombo che fa parte della storia del nostro territorio, quando nei cieli di Modena volavano stormi di Triganini e obbedivano allo schiocco o al fischio dei triganieri. Nei giorni scorsi, presso l'Associazione Colombofila modenese, il Club del Triganino, che associa appassionati e allevatori di questo animale, ha organizzato una giornata di studio con la presentazione del libro Manuale del Triganino modenese scritto da Fabio Zambon e Antonio Vaccari, che in breve sta diventando una vera e propria Bibbia del settore, con oltre 320 pagine, 600 illustrazioni con foto storiche, ma anche con una raccolta delle diverse varietà e colorazioni delle piume e poi tabelle, mappe, informazioni approfondite su morfologia, allevamento, hobbysmo.


«Solo in centro a Modena – ha spiegato Mario Goldoni – nei primi decenni del Novecento c'erano più di cinquanta altane che custodivano le colombaie». Mario Goldoni, 65 anni, è un viticoltore di Campogalliano con la passione per l'allevamento del Triganino. È consigliere e primo presidente del Club del Triganino nato nel 1988, che raggruppa attualmente oltre centocinquanta appassionati sparsi in tutta Italia, che continuano ad allevare e selezionare le coppie di questi volatili per arrivare a diverse colorazioni, pur mantenendo stardard di razza definiti. L'attuale presidente del Club è Paolo Novo di Rovigo.

«Ho iniziato questo hobby per caso – ha detto – un giorno andavo a pescare nel canale vicino a casa, quando ho trovato un colombo strano. Io conoscevo quelli di mio padre, i torraioli, allevati perchè davano anche un certo reddito. Avevo 13 anni e da quel momento l'ho sempre seguito. Poi abbiamo fondato il Club negli anni Ottanta e ora sono orgoglioso di dire che è un club con molti giovani. Ragazzi anche di 20 e 25 anni. Gli stessi autori del "Manuale" sono giovani, hanno meno di 30 anni».

Fino agli inizi del ’900 questi colombi venivano usati come messaggeri su piccole e medie distanze ma soprattutto era facile trovare sui tetti di Modena i triganieri, targanèr in dialetto, che facevano i cosiddetti "giochi di volo", ovvero erano esperti nel "fer vuler i clamb", una pratica con la quale, i più abili, riuscivano a "fare prigionieri", attirandoli nella propria colombaia, i colombi di altri. Il triganiere faceva infatti alzare in stormo una trentina di colombi. Lo stormo volava compatto sui tetti di Modena facendo voli sempre più ampi fino a quando non incontrava un altro stormo e avveniva la cosiddetta "mischia". Al fischio del "proprio" triganiere i colombi tornavano, ciascuno nella propria colombaia, senza disperdersi. Questo antico sport venne con diversa intensità praticato sui cieli della città fino all'avvento della televisione. Le antenne erano infatti ostacoli che impedivano il volo libero dei triganini. L'origine modenese è lontana nel tempo e ci sono “grida” del Trecento in cui sono indicate le taglie o le ricompense per quanti riportassero al proprietario i colombi dispersi. Questa operazione del "fer vuler i clamb" veniva praticata anche a New York e Glasgow, probabilmente introdotta da emigranti italiani e modenesi. Perchè parlare di Triganino significa parlare di Modena, tanto che anche in altri Paesi in tutto il mondo sono stati selezionati colombi, partendo dal Triganino.

«In questo caso però, non si possono chiamare Triganino – ha detto Goldoni – ma prendono il nome di Modena». E allora esiste il Modena Tedesco, il Modena Inglese, il Modena Americano della California. Esistono due tipi di triganino, il gazzo e lo schietto. Il gazzo ha testa, mascherina, spalle e coda di un colore, diverso dalla rimanente parte della livrea. Lo schietto è invece monocolore. Il gazzo può avere 28 colorazioni base, che mescolandosi in vario modo possono dare le oltre 200 colorazioni proprie di questa razza. Il Triganino nelle sue diverse varietà e colorazioni prende nomi diversi.

«Le denominazioni sono tutte dovute a nomi derivanti dal dialetto e dalla campagna modenese – ha aggiunto Goldoni – poi per poter fare il catalogo e lo standard abbiamo dovuto adattarci a nomi che fossero comprensibili a tutti. Ad esempio c'è il Rospato del prete, così chiamato perchè l'aveva selezionato un prete, il parroco di San Pancrazio; oppure lo Sgurafosso, perchè la selezione era stata fatta da allevatori che pulivano i fossi. È un nome dialettale e l'abbiamo dovuto trasformare in Cenerino».